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Posts Tagged ‘yoshimoto’

Cosa c’è di meglio che perdersi nelle pagine di uno dei propri autori giapponesi preferiti, assaporando i cibi e i profumi del Sol Levante?
E’ questo lo scopo di “A cena con Yoshimoto Banana”, degustazione di piatti nipponici accompagnata dalla lettura di brani di Banana Yoshimoto. L’evento, curato da Angela Verdini e Antonella Valitutti, si terrà presso Doozo. Art, books and sushi (Roma, Via Palermo 51-53; http://www.doozo.it) mercoledì 13 ottobre, allore ore 20.
Per prenotazioni si può chiamare lo 06-4815655 oppure scrivere a info@doozo.it o angela.verdini@gmail.com.

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La notizia rallegrerà certamente chi desidera fare scorta di volumi per l’estate: le librerie ed il sito Feltrinelli oggi e domani scontano del 35% volumi di alcune collane dell’omonima casa editrice e della Einaudi.
Questo significa che potrete trovare a prezzo ridotto molti libri di Mishima, Yoshimoto, Murakami, Kawabata, Tanizaki, etc.
Vi è poi un’ulteriore promozione sui testi della Tea, ridotti del 40%: tra i più celebri, possiamo ricordare Memorie di una geisha e i resoconti asiatici di Tiziano Terzani.
Buoni acquisti.

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Ecco qui un’interessante introduzione alla letteratura giapponese di Virginia Sica, docente di Cultura giapponese presso l’Università Statale di Milano, apparsa nelle pagine di Treccani scuola.

Familiarizzarsi con esempi letterari giapponesi può aiutare a modificare l’inesatto e deviante modello di esotico ‘oriente’ del nostro immaginario collettivo, favorito soprattutto (ma non solo) dai manga e dagli anime, quelle produzioni mediatiche, cioè, che hanno avviato una nuova era di japonisme. Quindi, perché non proporre un indice che spazi dalle origini al contemporaneo e che inviti a riflettere più sulle analogie che non sulle diversità. E i manga? Ben accetti, purché scelti fra la migliore produzione.

La letteratura giapponese fuori dall’immaginario collettivo dell’esotico oriente
L’agile e gradevole Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca di Nakagawa Hisayasu, (Bruno Mondadori, 2006) rimarca, con misura e ironia, ciò che da (quasi) sempre gli studiosi di ‘cose giapponesi’ ben sanno: che le peculiarità culturali del Giappone vengono percepite come esotiche e appartenenti a un ‘lontano estremo oriente’ sotto l’urto di un’informazione massificante e lacunosa, che travalica nei luoghi comuni. I quali si sommano, ben inteso da entrambe le parti, ai luoghi comuni sul sé e sulla propria identità culturale. Un processo che, la storia ci insegna, viene spesso intenzionalmente assecondato da svariate egemonie, siano esse di natura politica (restyling dell’immagine del Paese sentita come compromessa da eventi storico-sociali) che di natura economica (strategie di marketing connesse alla pulsione al consumo). Un pur elementare approccio alla letteratura giapponese può certamente sembrare problematico quando avulso da un contesto storico; tuttavia, una riflessione sulle analogie con elementi culturali a noi familiari può ridurre la distanza avvertita come invalicabile e fornire risultati stimolanti. E per ogni macro-periodo della storia del Giappone potremmo selezionare efficaci esempi letterari.

Mitologia a confronto
Una delle correlazioni più diffuse e scontate è l’equivalenza fra cultura giapponese, nella sua globalità, e spiritualità buddhista. Allusioni o riferimenti espliciti (quando non addirittura funzionali) sono evidenti in molti manga e anime (fumetti e cartoon giapponesi) e nell’ambito dei media indirizzati alle utenze più varie. Del macrocosmo buddhista, poi, la spiritualità, l’etica e l’estetica cui in maggior misura si fa riferimento sono quelle attinenti allo zen, tralasciando che la cultura giapponese si è nutrita di apporti autoctoni (già preesistenti all’introduzione dalla Cina – mediata dalla Corea – del Buddhismo, nel corso dei secoli IV-VI) e continentali sapientemente amalgamati. Così, senza rinnegare il contributo culturale veicolato dagli ambienti buddhisti fin dalle origini delle fonti scritte giapponesi, ci si può accostare a quella letteraria più antica, il Kojiki (“Racconto di antichi eventi”), per familiarizzarsi con lo shintoismo, la forma di religiosità più antica del Paese, e stimolare una comparazione con i miti nostrani. Il Kojiki, datato 712 d. C., è il compendio di tradizioni indigene, locali e nazionali, tramandate fino a quel momento oralmente; con l’introduzione, contestuale a quella del Buddhismo, del sistema di scrittura, si poteva ora avviarne la registrazione, modellandola sulle grandi opere della storiografia cinese, per garantire allo Stato giapponese una sua storicità, abbellita da ascendenze mitico-leggendarie ed epiche.
Ciò che interessa qui sottolineare sono le svariate analogie con la mitologia greco-romana. Tanto per citarne alcune, il dio Izanaki e la dea Izanami che si incontrano nuovamente nel mondo delle tenebre troppo ricordano infatti i miti di Orfeo ed Euridice come anche di Persefone. D’altro canto, la stessa madre Demetra, nel suo ritiro ad Eleusi, presenta assonanze con la narrazione che vede la dea del sole Amaterasu ōmikami (sovrana dell’olimpo mitologico giapponese da cui, ufficialmente fino al 1946, si è fatta risalire la stirpe imperiale) rifugiarsi in una celeste dimora rocciosa, offesa da crimini impuri perpetrati dal fratello Susanoo no mikoto. È plausibile che una lettura poco più accurata rischi di portarci nei meandri della controversa questione sulla monogenesi o poligenesi degli hieroi logoi (questione dibattuta, in particolare sul Giappone, sin dal primo ventennio del ‘900, poi sulle orme dello strutturalista G. Dumézil (1898-1986), fino allo storico delle religioni ed antropologo A.M. Di Nola negli anni ’70). Il Giappone dei secoli VII-VIII, infatti, intratteneva rapporti con una Cina che aveva conosciuto il mondo nestoriano che, a sua volta, aveva mediato molta classicità mediterranea. Ma, in fin dei conti, senza scomodare civiltà eurasiatiche nutrite da eterogenee influenze di possibili matrici indoeuropee, il Kojiki si presta a piani di lettura anche meno impegnativi (la più recente traduzione e analisi critica dell’opera è Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di P. Villani, Marsilio, 2006).

Fantastico e fiabesco
Per i secoli a seguire, le opere di letteratura furono per lo più prodotte dagli aristocratici e destinate ai loro pari. È vero che l’antologia poetica ufficiale più antica, il Man’yōshū (Raccolta di diecimila foglie) della II metà del VIII secolo, non ha mai cessato di essere modello di riferimento estetico per la poesia e la prosa giapponesi, fino in tempi contemporanei, pur con un adeguamento alle mutazioni contingenti. Ma certo quest’antologia, già di per sé di non semplice lettura, testimonia un’arte patrizia, poco attenta all’aspetto orale e, quindi, collettivo. Quest’ultimo, invece, può essere affrontato, stavolta diacronicamente, attraverso le fiabe e leggende, in cui convergono, in molte varianti, tradizioni locali anche millenarie. Anche questo ambito di lettura può essere condotto comparativamente, tenendo presente, però, un’iniziale percezione di distanza psicologica: le fiabe della nostra infanzia non potevano considerarsi tali senza il lieto fine d’obbligo e il neppure troppo sotteso invito alla redenzione o punizione dei ‘cattivi’. Ma la saggezza popolare giapponese non sempre premia o riscatta i ‘buoni’; soprattutto, non ruota intorno ad una visione antropocentrica. Gli esseri umani, qui ridimensionati (o, secondo i punti di vista, ‘promossi’) si misurano con le divinità della natura e infinite forme di loro rappresentanti (spesso messaggeri) animali: volpi, tassi, gru, usignoli, serpenti e carpe, ognuno con una propria simbologia immediatamente percettibile eppure, secondo l’area geografica di appartenenza del racconto, mai sempre uguale a se stessa. Ciò comporta che di fate e di principi azzurri ce ne siano ben pochi. Ma anche così possiamo ritrovare molti richiami ad un fiabesco a noi più familiare. Per tutti valgano i temi della “stanza proibita” e della metamorfosi animale/essere umano.
Qui però il percorso va condotto sulle varianti più che sulle analogie: per la fiaba giapponese, infatti, la vita non presenta aspetti eroici e, per default, la morte è meno drammatica. In quanto alla metamorfosi, sono gli animali a trasformarsi temporaneamente in esseri umani, non il contrario. Qualche analogia, tuttavia, non va esclusa a priori, in particolare per quelle narrazioni di saggezza del buon senso rurale, che ci rimanderanno invariabilmente a immortali personaggi dei fratelli Grimm. Questo indirizzo di lettura, in tutti i suoi aspetti poliedrici, può essere agilmente condotto su Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi, Einaudi, 1998).

Buddhismo e introspezione
Dalla II metà del IX secolo si inaugura la tradizione dei monogatari (letteralmente ‘raccontare i fatti’ e, quindi, ‘racconti’). Anche qui le radici affondano nella tradizione orale ma, privilegiato dal mondo curtense, questo genere letterario finisce con il solo ispirarsi ad essa, creando opere destinate, sembra, alla lettura a voce alta per l’aristocrazia femminile. Su tutti campeggia, come sintesi più alta della diaristica e della poesia di corte, intriso di elementi e rimandi buddhisti, il notissimo Genji monogatari (Storia di Genji, anno 1000 ca.) della dama di corte nota come Murasaki Shikibu (ca. 973-1014). Certamente una lettura del Genji si rivela molto impegnativa (quanto meno per la mole) e, se avulsa da un quadro storico, dall’analisi dei modelli retorici ed estetici imperanti e dai fondamenti dottrinari del Buddhismo, anche deviante.
Così, per familiarizzare con una prosa che certamente è pervasa di uno spirito buddhista ma è soprattutto esempio di letteratura dell’introspezione, consiglierei il breve capolavoro del 1212 di letteratura del romitaggio, Hōjōki (Ricordi di un eremo, a cura di F. Fraccaro, Marsilio, 2004) del poeta eremita Kamo no Chōmei (1153-1216). Oltre tutto, l’opera ci fornisce spunti realistici sulla trasformazione storica e sociale del periodo, che vide il passaggio dai dominanti valori estetici della corte a quelli del ceto militare provinciale, salito al governo ufficialmente nel 1185. Un transito storico che, come ci indica l’autore, fu sofferto e ambiguo per tutti i suoi attori, nonostante l’irriducibile mito dei samurai senza macchia e senza paura.

Cappa e spada
Ciò che va sotto il comune denominatore manga è, in realtà, un vasto universo in cui convergono tematiche quanto mai diversificate. Una di quelle che riscuote maggior successo concerne le sanguinose lotte di potere di ambientazione storica, per così dire ‘in costume’. Così, personaggi originariamente storici hanno finito con l’essere sottoposti ad un vero e proprio vernissage leggendario. Risulterebbe quindi probabilmente gradito Shura (I demoni guerrieri, a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1997) di Ishikawa Jun (1899-1987) che, pur essendo autore di periodo molto posteriore, riscrive con rigore storico il belligerante periodo Ōnin (1467-1469), coincidente con il collasso della casata militare degli Ashikaga al governo del Paese e la definitiva emersione dei forti poteri militari delle province. Pur tuttavia, nel dare vita ai personaggi (reali e di fantasia) e alle loro intime motivazioni, l’autore fa cosciente ricorso ad elementi folcloristici tradizionali.

La letteratura a misura di cittadino
La guerra dell’Ōnin era stato l’incipit di un’epoca nota come sengoku jidai (periodo dei paesi combattenti), protrattasi per quasi un secolo. Si era poi avviata la riunificazione, non meno sofferta e devastante, ad opera di eminenti strateghi militari, fino alla salita al potere della casata dei Tokugawa. Il centro politico del Paese venne spostato nell’attuale Tōkyō (allora Edo), il processo di centralizzazione del potere giunse al suo culmine, le riforme economiche e politiche fecero il resto. La ‘pace’ Tokugawa (1603-1867) assisté a una veloce urbanizzazione e alla coerente emersione di un ceto cittadino, in prevalenza mercantile, effetto ma anche, ellitticamente, causa stessa della diffusione dell’istruzione, accompagnata dall’incremento della stampa a costi sempre più contenuti.
È questa l’epoca che vede la nascita dello scrittore professionista e, fra tutti, spicca la figura di Ihara Saikaku (1642-1693), egli stesso mercante in Ōsaka, che, ispirandosi all’attualità e ad eventi di cronaca cittadina, diede voce al proprio ceto di appartenenza e ai contesti in cui esso si muoveva abitualmente: le strade cittadine, le botteghe, le case di piacere (luogo di divertimento, perdizione, ma anche – e soprattutto – luogo di incontri per nuovi affari e di scambi di idee). Tutto quel mondo minuziosamente descritto negli ukiyoe, le stampe del “mondo fluttuante”, oramai ampiamente note ai più. Per la loro struttura, l’immediatezza del linguaggio, la carica umoristica e l’appealing intrigante, la lettura di alcuni racconti di Ihara può generare ampi spazi di dibattito con un pubblico studentesco (Vita di un libertino, Guanda, 1988; Cinque donne amorose, Bompiani, 1989; Vita di una donna licenziosa, ES, 2004, titoli in trad. di L. Origlia; Storie di mercanti [racconti vari], a cura di M. Marra, Tea, 1988; Il grande specchio dell’omosessualità maschile, a cura di A. Maurizi, Frassinelli, 1997).

Tempi moderni
La ‘pace’ Tokugawa si interruppe molto prima della caduta ufficiale del governo militare; stavolta, però, i disordini non furono causati dalle sole brame di potere interne ma anche dall’inevitabile confronto con le potenze straniere. Il Giappone, incalzato ad aprirsi ai mercati e alla diplomazia internazionali, in parte promosse, in parte si arrese alla necessità di una ‘restaurazione’ della figura imperiale, mantenuta in sordina per secoli ma ora fondamentale come referente politico moderno. Contestualmente si rendeva inderogabile una modernizzazione del Paese, troppo a lungo ufficialmente isolato in nome di una salvaguardia del territorio e dei costumi nazionali. Così la Restaurazione dell’era Meiji (1868-1912) vide pressanti riforme strutturali di ambito tecnologico, commerciale, giuridico, politico e sociale; inevitabilmente, però, gli eventi coinvolsero e travolsero costumi e stili di vita, anche nell’accezione di una illusoria corsa all’occidentalizzazione.
La generazione letteraria Meiji, naturalmente, non ne fu indenne e in ogni opera è testimoniata, con variabile consapevolezza, la destabilizzazione dell’individuo di fronte alla crisi di identità singola e collettiva. Fra i numerosi letterati rappresentativi del periodo, la scelta cade su Natsume Sōseki (1867-1916) e, nel panorama della sua produzione, su Kokoro (Il cuore delle cose, trad. di N. Spadavecchia, Neri Pozza, 2001) e Sanshirō (a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1990), ritratti indelebili della solitudine interiore dell’uomo, della disgregazione dei valori di riferimento, dell’impatto tra l’atavica predominanza della comunità di appartenenza e la moderna emersione dei valori dell’individuo. Qui non vi sarebbe alcun bisogno di suggerire spunti particolari per piani di lettura comparativi, per le molte affinità storiche nella stessa Europa e per la ricchezza di opere dai temi analoghi. Tuttavia, memore di un bel lavoro di ricerca del giovane studioso Giuseppe Russo, mi permetto di proporre una lettura di Natsume Sōseki in accostamento a L’Immoraliste (1902) di André Gide e a I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello.
Un periodo molto complesso quello Meiji, necessariamente esposto ad una lettura non solo letteraria ma soprattutto storica, che fornisca gli strumenti per comprendere l’ingresso del Giappone nella storia internazionale con i successivi sviluppi dalle ripercussioni mondiali. Ci può venire in aiuto anche uno strumento alternativo di sicuro gradimento e che ci offre uno spaccato coinvolgente della transizione Meiji e nozioni sugli intellettuali che la popolarono; stavolta si tratta di un manga, ma qualitativamente (per grafica e contenuti) ineccepibile: la traduzione italiana, seriale, di Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan, Coconino Press, dal 2001) di Taniguchi Jirō e Sekikawa Natsuo, vita a fumetti di Natsume Sōseki.

Dalla “neve sottile” alla “pioggia nera”
Nel 1983 il regista Tinto Brass realizzò la pellicola La chiave, ispirandosi liberamente ad una delle opere di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965), esponente di una letteratura che, in un equilibrio mai precario, associa temi e atmosfere tradizionali a elementi di modernità fin provocatoria; i temi ricorrenti sono la sensualità – anche morbosa –, l’ambiguità, la complessità della psicologia dell’individuo, inesorabilmente distinta in maschile e femminile. Si può familiarizzare con Tanizaki scegliendo tra i capolavori raccolti in Opere (a cura di A. Boscaro, Bompiani, 2002); tuttavia In’ei raisan(Libro d’ombra, a cura di G. Mariotti, trad. di A. Ricca Suga, Bompiani, 2000), riflessione saggistica – non romanzo – del 1933, con la sua critica ferma (seppur espressa con toni misurati, oscillanti tra nostalgia ed ironia) è il testo che meglio si presta per un confronto su ciò che viene indicato come il peculiare sentire estetico giapponese, ‘incomprensibile’ ad altre culture. Certo questo indirizzo di lettura dà adito a dubbi su una posizione nazionalista dello scrittore, in un periodo storico compreso fra i due conflitti mondiali, per l’apologia dell’estetica nazionale e della sua supremazia su un’estetica improntata ad una funzionalità tecnologica. Il dibattito quindi si apre su una dichiarata e difesa diversità, sull’arroccamento alla tradizione, sul tema del ritorno al passato, sui doppi sensi della multiculturalità. Più impegnativo, ma suscettibile di analisi delle stesse tematiche (e oltre) Sasameyuki (Neve sottile, trad. di O. Ceretti Borsini, Guanda, 2006), quasi una saga familiare che vede protagoniste quattro sorelle, diverse per personalità e per adattamento ai tempi moderni.
Conclusosi il devastante secondo conflitto mondiale, molti intellettuali giapponesi, come reazione allo scardinamento di atmosfere e costumi quotidiani adesso ‘americanizzati’, svilupparono un’attitudine alla tutela della tradizione (già appartenente a precedenti fasi storiche di fronte alle crisi culturali, di valori, di identità d’appartenenza). Come maggiori esponenti della letteratura dell’epoca, insieme con Tanizaki, sono universalmente riconosciuti Kawabata Yasunari (1899-1972) e Mishima Yukio (1925-1970). L’editoria italiana di grande diffusione ci ha ormai reso estremamente familiari i loro nomi. Oltretutto, le rispettive tematiche e ricerche stilistiche confortano, al lettore improvvisato, il credo in due luoghi comuni dell’immaginario collettivo: Kawabata e l’estrema ricerca estetizzante; Mishima e l’apologia del nazionalismo, del mito dei samurai, dell’anacronismo politico. Di Mishima è familiare anche la tipologia di suicidio, perché clamorosa, intrigante, rispondente ad una coerenza ideologica. Riduttive, scontate persino queste letture di Kawabata e Mishima ed è mia ferma convinzione che i due letterati meritino spazi ed inquadramenti molto ampi, per evitare strumentalizzazioni e letture devianti (per Kawabata, Romanzi e racconti, a cura di G. Amitrano, Mondadori, 2003; per Mishima, Romanzi e racconti 1949-1961, vol.I e Romanzi e racconti 1962-1970, vol. II, entrambi a cura di M.T. Orsi, Mondadori, 2004-2006).
Più consono ad un piano di didattica che contempli temi fortemente d’attualità mi sembra un riferimento alla cosiddetta genbaku bungaku, ‘letteratura dell’atomica’ che, nel proprio panorama, registra la dolente testimonianza di Ibuse Masuji (1898-1993) con Kuroi ame (La pioggia nera, a cura di L. Bienati, Marsilio 2005) del 1965.
Una consueta richiesta viene posta in merito alla figura della donna nella cultura giapponese. Trovo che anche qui imperversi un mito culturale (stavolta sminuente) al quale piace registrare il ruolo femminile in Giappone più mortificato e negato di quanto non sia avvenuto nella ‘civile’ Europa. Il problema è che, nella coscienza collettiva, ruolo femminile in Giappone fa genericamente rima con geisha, quell’intrigante modello foriero di chissà quali inconfessabili arti che, in fin dei conti, il vecchio continente non ha conosciuto. Ne siamo proprio certi? Detto questo, interessante può rivelarsi una letteratura scritta da donne, che risuona della loro voce ma che non si limita a raccontare solo un mondo femminile ma che denuncia ansie e battaglie sociali, culturali, in una parola storiche, di cui le donne fanno naturalmente parte. Temi a noi ancora attuali quelli proposti dalle protagoniste di Enchi Fumiko (1905-1986) in Onnazaka (Il sentiero nell’ombra, trad. di L. Origlia, con una nota critica di C.Vasio, Giunti 1987) del 1949 e Onnamen (Maschere di donna, a cura di G. Canova Tura, con un saggio introduttivo di M.T. Orsi, Marsilio 1999) del 1958. Riflessioni sulla maternità e sui suoi stretti nodi di libertà e schiavitù ci vengono invece riproposti da Chōji (Il figlio della fortuna, a cura di M.T. Orsi, Giunti 1991) di Tsushima Yūko (n. 1947).

Esotismo moderato e appagante
Un’ultima riflessione sulla produzione di romanzi contemporanea, che meriterebbe un dibattito a parte, ampio e impegnativo: innanzitutto perché rispecchia un bisogno (anche commerciale) di omologazione – già ravvisabile dai primi decenni del ‘900, ma esploso nel secondo dopoguerra – condotta su modelli europei e statunitensi; poi perché favorisce la proliferazione di saggi allarmisti su una presunta crisi d’identità culturale dei giapponesi. Frattanto Murakami Haruki, Banana Yoshimoto, Yamada Eimi riscuotono planetariamente un facile successo; temi, stili di vita e linguaggio comuni, che rispondano a una scontata globalizzazione delle nuove generazioni ma che siano, al contempo, sufficientemente esotici, con sparsi elementi fantastici, da convincere un pubblico internazionale di trovarsi di fronte a una letteratura ‘genuinamente giapponese’.

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Ho trovato sul sito dell’Aistugia (Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi) questa utilissima lista delle pubblicazioni di argomento nipponiche uscite negli ultimi sei anni.

Testi pubblicati da giugno 2008 a settembre 2009

Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: ponte tra Oriente e Occidente, a cura di A. Tamburello, A.Üçerler, Marisa Di Russo, Atti del Convegno tenuto a Chieti nel 2006, Institutum Historicum Societatis Iesu, Roma 2008.

Beretta Lia, Il viaggio in Italia di Tokugawa Akitake, la missione in Europa del fratello dell’ultimo shōgun, Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia (CIRVI), Moncalieri 2008.

Beretta Lia, “Una pittrice giapponese a Palermo nell’Ottocento: O-Tama Kiyohara Ragusa”, in Bollettino del C.I.R.V.I., n. 55, Passeggiate in Sicilia, Gennaio-Giugno 2007, Anno XXVIII, Fascicolo I, pp. 57-84, Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia, Moncalieri.

Beretta Lia, “Miyake Kokki. Un pittore giapponese in viaggio in Sicilia nel 1921”, in Bollettino del C.I.R.V.I., 58, Luglio-Dicembre 2008, Anno XXIX,  Fascicolo II, pp.285-304.

Bienati, Luisa e Scrolavezza, Paola, La narrativa giapponese moderna e contemporanea, Marsilio, Collana Elementi, 2009.

Boscaro Adriana, Ventura e sventura dei gesuiti in Giappone (1549-1639), Cafoscarina, 2008.

Boscaro Adriana, “Valignano interpreta il Giappone: Il Cerimoniale”, in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008, pp. 217-229.

Boscaro Adriana, “Perché Nagasaki?”, in Madama Butterfly l’orientalismo di fine secolo, l’approccio pucciniano, la ricezione (Atti del Convegno Internazionale di Studi Lucca-Torre del Lago, 28-30 maggio 2004), a cura di Arthur Groos e Virgilio Bernardini, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2008, pp. 3-15.

Boscaro Adriana, “Il Genji monogatari rivisitato”, in Genji monogatari. Il Principe Splendente nelle collezioni del Museo d’Arte Orientale di Venezia, catalogo a cura di F. Spadavecchia, Marsilio 2008, pp. 6-9.

Busquet Cinto, Incontrarsi nell’Amore. Una lettura cristiana di Nikkyō Niwano, Roma, Città Nuova Editrice, 2009.

Calza Gian Carlo, Genji il principe splendente, Mondadori Electa, 2008.

Diario di Izumi Shikibu (Izumi Shikibu nikki), a cura di Carolina Negri, Marsilio, 2008.

Di Russo Marisa, “La corrispondenza epistolare di Valignano. A proposito di una lettera ritrovata nel monastero di Santa Chiara a Chieti”, in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008, pp. 279-309.

Di Russo Marisa, “I ritratti di Alessandro Valignano: nota iconografica” (pp. 357-367), e “Cronologia valignanea” (pp. 369-383), in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008.

Iaccarino Ubaldo, “Alessandro Valignano e la missione Cobo (1592)”, in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008, pp. 129-143.

Kawabata Yasunari, La bellezza sfiorisce presto e altri racconti [Chirinuru o, 1933 (La bellezza sfiorisce presto), Take no koe momo no hana, 1970 (Voci di bambù fiori di pesco), Sōshiki no meijin, 1923 (Maestro di funerali)], traduzione, postfazione, nota biografica di Ornella Civardi, SE 2008.

Kirino Natsuo, Real World, a cura di Gianluca Coci, Neri Pozza Editore, 2009.

Marino Susanna, Grammatica pratica di giapponese. Con esercizi di autoverifica, Zanichelli 2008.

Menegazzo Rossella, Shashinkyō “specchio copia del vero”. Alla ricerca del naturalismo nelle prime immagini fotografiche del Giappone, Cafoscarina 2008.

Mishima Yukio, Abito da sera (Yakaifuku, 1967), tr. di Virginia Sica con un saggio introduttivo (Mishima e la “sindrome di Jorge”), Oscar Mondadori, 2008.

Mishima Yukio, La spada (Ken, 1963), seguito da Henry Miller, Riflessioni sulla morte di Mishima, tr. di Ornella Civardi, SE, 2009.

Miyabe Miyuki, Il passato di Shoko (Kasha, 1992), tr. di Vanessa Zuccoli, Fanucci, 2008.

Mogi Hitoshi, Taiko. Il tamburo giapponese Tradizione e rinnovamento (Nyūmon Nihon no taiko, 2003), trad. di Mario Carpino, Gobook editore, 2008.

Murakami Haruki, After Dark, tr. di Antonietta Pastore, Einaudi Supercoralli, 2008.

Nenzi Laura, Excursions in Identity. Travel and the Intersection of Place, Gender, and status in Edo Japan, University of Hawai’i Press, 2008.

Nenzi Laura, “Encountering the World: Kawai Tsugunosuke’s 1859 Journey to Yokohama and Nagasaki”, Early Modern Japan, XVI, 2008, pp. 68-83.

Oda Makoto, Ichigo ichie – Ogni incontro è irripetibile (Owaranai tabi, 2006),  trad. di Manuela Suriano, DeriveApprodi, 2008.

Ogawa Yoko, Una perfetta stanza di ospedale, tr. di Massimiliano Matteri e Matake Yumiko, Adelphi, 2009. [Contiene Kanpekina byōshitsu (1989) e Agehachōga kowareru toki (1988, Quando la farfalla si sbriciolò)].

Takami Koushun, Battle Royale, trad. Tito Faraci, Oscar Mondadori, 2009.

Taguchi Randy, Mosaico (Mozaiku), trad. di Gianluca Coci, Fazi Editore, 2008.

Tamburello Adolfo, “Considerazioni conclusive”, in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008, pp. 329-354.

Tollini Aldo, Antologia del Buddhismo Giapponese, Einaudi, 2009.

Volpi Vittorio e Mazzei Franco, “La lezione del Valignano nella gestione della diversità culturale nell’era della globalizzazione”, in Alessandro Valignano S.I. Uomo del Rinascimento: Ponte tra Oriente e Occidente, Roma 2008, pp. 313-325.

Yoshimoto Banana, Chie-chan e io (Chiechan to watashi, 2007), trad. di Giorgio Amitrano, Feltrinelli 2008.

Watanabe Sumiko e Manuela Suriano, Hayashi Kyoko – hito to bungaku, Bensey Publishing Inc., Tokyo, 2009.

Testi pubblicati nel 2006-2007-2008 (maggio)

Amitrano Giorgio, Yama no oto. Kowareyuku kazoku, Misuzu shobō, 2007.

Amitrano Giorgio, Il mondo di Banana Yoshimoto, Feltrinelli, 2007.

Anonimo, Sogno di una notte di primavera. Storia del Secondo Consigliere di Hamamatsu (Hamamatsu chūnagon monogatari), a cura di Andrea Maurizi, Go Book Editore, Merate (MI), 2008.

Beretta Lia, “Viaggiatori giapponesi in Italia, IV, Viaggi di artisti nell’epoca Meiji-Taishō”, Bollettino del C.I.R.V.I., n. 53, gennaio-giugno 2006, Anno XXVII, fasc. I, pp. 153-196.

Beretta Lia, “Giugno 1585: Un’ambasceria giapponese a Ferrara”, in Studi e Ricerche – Cronaca di un centenario, Bollettino della Ferrariae Decus n. 23, 31 dicembre 2006, pp. 227-237.

Beretta Lia, “La saga dei semai in Oriente nell’Ottocento. Lorenzo Inselvini da Brescia a Yokohama via Mosca e Pechino”, in L’impresa di Marco Polo, Cartografia, viaggi, percezione (Convegno internazionale, Spoleto 2005), Edizioni TIELLEMEDIA, Roma 2007, pp. 277-286.

Carioti Patrizia,Cina e Giappone sui mari nei secoli XVI e XVII, Ed. Scientifiche Italiane, 2007.

Casari Matteo, Teatro nō. La via dei maestri e la trasmissione dei saperi, Bologna, CLUEB, 2008.

Ciccarella Emanuele, L’angelo ferito. Vita e morte di Mishima, Liguori, 2007.

Ciriacono Salvatore, “Scambi commerciali e produzione di beni di lusso nel Giappone del periodo Edo. Una lettura storiografica”, Quaderni Storici, 125, 2/2007, pp. 591-621.

Corso di lingua giapponese, Volume I, a cura di S. De Maio, C. Negri, J. Oue, Hoepli, 2007.

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Corso di lingua giapponese Volume III, a cura di S. De Maio, C. Negri, J. Oue, Hoepli, 2008.

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Maraini Fosco, Gnòsi delle Fànfole, Baldini Castoldi Dalai, 2007 (ristampa, con annesso CD con musiche di M. Altomare e S. Bollani).

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Ogawa Yōko, La formula del professore (Hakase no aishita sūshiki, 2003), trad. di Mimma De Petra, il Saggiatore, 2008.

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Italia-Giappone 450 anni, a cura di Adolfo Tamburello, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma – Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, 2 voll., [2003], 2004.
(data la complessità dell’opera che vede un totale di 961 pagine, con circa 150 articoli, una cinquantina di schede e medaglioni, 85 autori, gli indici delle riviste con articoli sul Giappone a partire da Sakura del 1920, si è ritenuto di fare un’eccezione e, pur non essendo una rivista, l’indice completo è stato inserito nel sito alla sezione “Spoglio riviste”).

Kanehara Hitomi, Serpenti e piercing, trad. di Alessandro Clementi, Fazi, 2005

Katayama Kyōichi, Gridare amore dal centro del mondo (Sekai no chūshin de ai wo sakebu), trad. di Marcella Mariotti, Salani, 2006.

Katayama Yōko, Come diventare un buon cane (Rippana inu ni naru hōhō), trad. di Marcella Mariotti, Salani, 2005.

Kawabata Yasunari, Racconti in un palmo di mano, trad. di Ornella Civardi, Marsilio 2006 (ristampa che include i tre precedenti volumi Suggestioni e artifici, La mia galleria, L’album degli schizzi, e la quarta raccolta, Un’erba, un fiore).

Ki no Tsurayuki, Tosa nikki (Diario di Tosa), trad. di Simona Vignali, Cafoscarina, 2004.

Kitano Takeshi, Nascita di un guru, Mondadori, 2006.

Kobayashi Takiji, Il peschereccio di granchi (Kani kōsen), trad. di Faliero Salis, Tirrenia Stampatori, 2006.

Kojiki. Un racconto di antichi eventi, trad. di Paolo Villani, Marsilio, 2006.

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Magrini Gabriella, La dama che amò due principi, Sperling, 2006 (storia romanzata di Izumi Shikibu).

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Mazzei Franco, “La nuova ‘centralità’ della Cina e il ‘rientro’ del Giappone in Asia”, Politica internazionale, IPALMO, 1/2-3, genn.-giugno 2004, pp. ????

Migliore Maria Chiara, “Motivi letterari persi e ritrovati in un aneddoto del Kara monogatari, in Studi in onore di Luigi Polese Remaggi, a cura di G. Amitrano, L. Caterina, G. De Marco, L’Orientale-DSA, Series Minor LXIX, 2005, pp. 289-296.

Mishima, Romanzi e racconti 1949-1961, a cura di Maria Teresa Orsi, i Meridiani Mondadori, 2004 (comprende nove testi di traduttori diversi e un ricco apparato critico).

Mishima, Romanzi e racconti 1962-1970, a cura di Maria Teresa Orsi, i Meridiani Mondadori, 2006 (comprende sette testi di traduttori diversi e un ricco apparato critico).

Mizuki Shigeru, Enciclopedia dei mostri giapponesi, Kappa Edizioni, 2 voll.: A-K, 2004; M-Z, 2005.

Mizuno Ryō, Cronaca della guerra di Lodoss – La guerra santa dei Re (Rōdosutō senki 5: Ōtachi no seisen), trad. di Valerio Luigi Alberizzi, Kappa edizioni, 2004.

Mizuno Ryō, Cronaca della guerra di Lodoss – I sacri cavalieri di Lodoss, l’inizio (Rōdosutō senki 6: Rōdosu no seikishi – jō), trad. di Valerio Luigi Alberizzi, Kappa edizioni, 2006.

Molteni Corrado, “Le prospettive dell’alleanza tra Giappone e Stati Uniti”, in La sfida americana. Europa, Medio Oriente e Asia orientale di fronte all’egemonia globale degli Stati Uniti, a cura di Alessandro Colombo, Franco Angeli, 2006, pp.132-149.

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Molteni Corrado, “Giappone: la politica estera e di sicurezza di Koizumi” in Multilateralismo e democrazia in Asia, a cura di Corrado Molteni, Francesco Montessoro e Michelgulgielmo Torri, Bruno Mondadori, 2005, pp. 287-306.

Molteni Corrado, “Quali politiche economiche per la ripresa? Il dibattito tra gli economisti giapponesi, in Studi in onore di Luigi Polese Remaggi, a cura di G. Amitrano, L. Caterina, G. De Marco, L’Orientale-DSA, Series Minor LXIX, 2005, pp. 297-308.

Molteni Corrado, “Giappone: dalla rielezione di Koizumi all’invio dei soldati in Iraq” in Le risposte dell’Asia alla sfida americana, a cura di Corrado Molteni, Francesco Montessoro e Michelgulgielmo Torri, Bruno Mondadori, 2004, pp. 236-257.

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Murakami Haruki, Tutti i figli di Dio danzano (Kami no kodomotachi wa mina odoru), trad. di Giorgio Amitrano, Einaudi, 2005.

Murakami Haruki, Norwegian Wood, a cura di Giorgio Amitrano, Einaudi, 2006. (È la ristampa di Tokyo blues (Feltrinelli, 1993) ma l’attuale edizione è arricchita da un’introduzione).

Natsume Sōseki, Io sono un gatto (Wagahai wa neko de aru), trad. di Antonietta Pastore, Neri Pozza, 2006.

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Forse non tutti sanno che dal celebre romanzo Kitchen di Banana Yoshimoto sono stati tratti  due film.
Il primo – una produzione in cantonese di Hong Kong – va sotto il nome di Wo ai chu fang (Mi piace la cucina, 1997); è stato diretto da Ho Yim e ha vinto il Puchon International Fantastic Film Festival. Il secondo, realizzato in Giappone nel 1989 con la regia di Yoshimitsu Morita e prodotto per la tv, annovera nel cast Ayako Kawahara, Kenji Matsuda, Isao Hashizume, Akinori Nakajima, Akiko Urao, Saki Matsura, Naoki Goto, Mie Hama, Senkyo Irifunetel e Konobo Yoshizumi.
Dalle informazioni raccolte (non ho ancora visto nessuna delle due pellicole), Wo ai chu fang è ritenuto abbastanza piacevole e fedele al volume, mentre la versione nipponica sembra discostarsi dall’originale e ha ricevuto commenti non proprio entusiasti (potete leggerne alcuni qui).
E ora, ecco una recensione in inglese con alcune scene tratte da Wo ai chu fang:

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Ho trovato su Youtube questo video interessante (2008) -anche se non particolarmente originale- curato dalla Compagnia del libro: http://www.youtube.com/watch?v=2jWmW6aI-hM

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chiechanDal 19 al 31 maggio, presso il Teatro Eliseo di Roma, verrà messa in scena una delle ultime fatiche letterarie di Banana Yoshimoto, Chie-Chan e io. Tra gli interpeti: Caterina Carpio, Alessia Giangiuliani, Guglielmo Menconi, Francesca Porrini, Cinzia Spanò; scene di Guido Buganza e regia di Carmelo Rifici.

Adattamento teatrale del nuovo romanzo di Banana Yoshimoto, scrittrice contemporanea tra le più note ed amate, Chie-Chan e io racconta la storia di Kaori, una donna di quarantadue anni, e del rapporto profondo che la lega a sua cugina Chie-Chan, di cinque anni più giovane. È un legame particolare quello tra le due donne, una dipendenza affettiva che mette in crisi la libera esistenza della donna giapponese in cerca di emancipazione. Banana riprende in questo libro, leggero e profondo, alcuni dei suoi temi ricorrenti: la solitudine, la convivenza con la morte e, soprattutto, la famiglia come invenzione. La moda e l’Italia, sono due leitmotiv del racconto. Pur non essendo personalmente vittime del “fashion style”, le due donne vivono costantemente nel glamour. La vita pubblica di rappresentanza si pone così in contrapposizione con il silenzioso e pacato comportamento della vita privata, fatta di monotoni gesti. Il mistero della vita appartata delle due protagoniste ha il potere di colmare il bisogno di affettività in maniera più completa e appagante di quanto la famiglia di origine o un uomo potrebbero fare.

Come se non bastasse, è uscito anche un libro legato alla rappresentazione: Alberi adagiati sulla luce – Chie-Chan e io – L’inseguitore, curato da Giorgio Amitrano, Tiziano Scarpa e Adonis (Feltrinelli, 2008, 189 pp., 9 €)

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