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Nuovo numero (come sempre, gratuito) di <<Bonsai e suiseki magazine>>; a p. 55 potrete leggere la mia recensione dedicata a Tōkyō di Rossella Marangoni.
Chissà se i colleghi della rivista mi saprebbero suggerire una tecnica per evitare che il mio gattino si mangi il bonsai, di cui pare essere goloso. 😉

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Grazie alla segnalazione della casa editrice Solfanelli, vi segnalo un volume non certo d’argomento comune, di recente pubblicazione: Il caso Aum Shinrikyo. Società, religione e terrorismo nel Giappone contemporaneo di Stefano Bonino (ed. Solfanelli, pp. 128, € 10).
Aum Shinrikyo è il nome della setta religiosa che organizzò l’attentato alla metropolitana di Tokyo del 20 marzo 1995, utilizzando il gas sarin, che uccise dodici persone e ne intossicò seimila.
Per saperne di più, vi rimando alla presentazione dell’editore:

Sostenuta da un’importante bibliografia, la storia del “caso Aum Shinrikyo” viene presentata secondo una rigorosa linea cronologica, e indagata nel contesto socio-religioso del Giappone contemporaneo.
In seguito al massiccio attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo nel marzo del 1995, l’Aum Shinrikyo si è imposto all’attenzione giapponese e mondiale come il più feroce movimento religioso terroristico nipponico.
Setta sincretista fondata sulla figura del suo leader Asahara, l’Aum Shinrikyo si è inizialmente aperto e proteso verso la società, proponendo un sentiero comune di salvezza collettiva, ma finendo per chiudersi in se stesso in seguito ad una serie successiva di fallimenti.
Con l’intento di scatenare una guerra globale, non si è limitato a dirigere le proprie energie contro i suoi nemici, ma ha preso di mira l’intera società.
Mentre il racconto si sviluppa, l’organizzazione interna del movimento e la struttura esterna della società si intrecciano, si fondono e si sfumano, lasciando l’amara consapevolezza dell’intimo rapporto tra fanatismo religioso e violenza.

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Sembra ufficiale: in autunno, come annunciato dalla newsletter della casa editrice Neri Pozza, dovrebbe uscire un nuovo, coinvolgente romanzo di Natsuo Kirino. Per ora, paiono esserci ancora dubbi sul titolo definitivo: in alcuni siti è chiamato L’isola dei naufraghi, in altri L’isola di Tokyo. In ogni caso, il denso volume (conta 384 pp. per 17 euro) è tradotto da Gianluca Coci direttamente dal giapponese e in via di pubblicazione dalla Giano (un ramo della Neri Pozza). Ed ecco un’anticipazione della storia, a dire il vero un po’  troppo rivelatrice; vi consiglio perciò di leggere solo le prime righe.

Sayako e suo marito Takashi finiscono su un’isola disabitata al largo di Taiwan e delle Filippine in seguito al naufragio della barca a vela su cui viaggiavano. Dopo circa sei mesi, vengono raggiunti prima da venti giovani maschi giapponesi, anch’essi naufraghi, e poi da undici giovani maschi cinesi, abbandonati sull’isola lungo la tratta dei clandestini verso il Giappone. Che cosa può generare la presenza di una sola donna in mezzo a trentadue giovani maschi se non lotta, contesa, abbrutimento e violenta competizione? Takashi muore, precipitato o spinto giù da una scogliera a circa un anno dal naufragio, e Sayako si «risposa» due volte. La prima volta con l’arrogante e violento Kasukabe, che precipita però anche lui dalla scogliera; la seconda volta con Noboru, il buono a nulla, l’inetto della comunità, scelto, in base a una regola stabilita e accettata da tutti, mediante un’estrazione a sorte. Lo status di «marito di Sayako», per fortuna, ha durata limitata a due anni. La «lotteria» assegna perciò a Sayako, come quarto marito, Yutaka, un ragazzo timido e gentile. Sayako se ne innamora, attratta dalla sua natura cortese. Sembra perciò regnare la calma sull’isola, ma il fuoco cova sotto la cenere. Anche se presa dal nuovo marito, Sayako è attratta da Yan, il leader dei cinesi che sembra desiderarla molto più dei suoi connazionali e sta meditando di lasciare l’isola su due rudimentali imbarcazioni. Sedotta da Yan, Sayako ne accetta l’invito di unirsi a lui nell’avventuroso viaggio. Il mare è in tempesta, e una delle due barche viene inghiottita dalle onde, mentre quella su cui si trovano Yan e Sayako riesce a restare a galla. I due si amano, davanti agli altri, come bestie, fino a crollare stremati e affamati. Poi, dopo una decina di giorni, avvistano un’isola e approdano su una spiaggia. Ma si trovano di fronte a una sgradita sorpresa: senza accorgersene, sono ritornati a Tokyojima, l’isola di Tokyo! Dove i giapponesi, quasi come se avessero subito una metamorfosi, si sono enormemente incattiviti!

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Che succede se un autore occidentale tenta di immaginare cosa accade dentro il perimetro delle mura imperiali giapponesi, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale? Potete trovare la risposta in Una ragazza comune di John Burnham Schwartz (Neri Pozza, pp. 304, € 17). Ecco una breve presentazione dell’editore:

È un giorno di aprile della fine degli anni Cinquanta e, nel silenzio di più di mille testimoni, il principe erede al Trono del Crisantemo e la giovane Haruko entrano nel tempio sacro di Kashikodokoro. Il principe vi mette piede per primo, preceduto dal maestro del rituale con la sua lunga tunica bianca. Nella mano destra stringe uno scettro di legno levigato, che rappresenta la sua autorità sulle cose di questo mondo. Indossa una veste antica ed elaborata, dello stesso colore arancione scuro e bruciato del primo sorgere del Sole sulla terra.
Haruko entra per seconda. Tiene lo sguardo fisso avanti, come le hanno detto di fare. Gli abiti pesano quindici chili, i capelli tre. I piedi si trascinano a tentoni sotto il sudario di seta del kimono.
All’interno del Kashikodokoro, su entrambi i lati spiccano tempietti dedicati agli dèi del cielo e della terra e alle anime di tutti gli imperatori e le imperatrici. Ma è nel luogo più sacro di tutti, nella stanza segreta in cui e’ conservato lo specchio sacro, una delle tre reliquie che attestano le origini millenarie e leggendarie della dinastia del Sole, che il principe e Haruko sono diretti.
Mentre i dignitari si bloccano all’esterno, il principe avanza nel sancta sanctorum con in mano un ramo di sasaki, l’albero sacro, adorno di fiocchi rossi e bianchi, subito seguito da Haruki in ginocchio. Con sincronia perfetta i due fanno quattro profondi inchini, poi il principe estrae una pergamena dalla cintura e declama un’antica promessa in giapponese arcaico. La sua voce è forte e abbastanza chiara da essere sentita dalle centinaia di persone raccolte sotto i tetti a pagoda in cortile.
Poi i due tornano nella parte esterna del santuario e lì, mandando giù qualche sorso di sakè da una scodella di ceramica bianca non smaltata, Haruko, la giovane figlia di un dirigente d’industria, una ragazza comune, una borghese qualsiasi, diventa Sua Altezza Imperiale del Giappone, la principessa Haruko.
Così comincia questo romanzo, liberamente ispirato alle vicende reali dell’imperatrice Michiko e della principessa Masako. È la storia della prima donna non aristocratica a fare il proprio ingresso nella più misteriosa e longeva corte del mondo, dove è accolta con distacco e diffidenza dall’imperatrice e sorvegliata quotidianamente dalla servitù. È anche il commovente racconto del rapporto tra due donne che si ritrovano a vivere lo stesso destino fatto di pubblica ribalta e profonda solitudine interiore. È, infine, un impeccabile ritratto del Giappone uscito «dalla seconda guerra mondiale totalmente distrutto, ma con il suo cuore imperiale protetto da un fossato invalicabile» (USA Today).

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Pe rallegrare questa Pasquetta che, almeno qui, è velata dalle nuvole e freddina, il libro presentato oggi riguarda la musica giapponese contemporanea, fuori dai soliti schemi. Il suo nome è Concerto in Sol levante. Musiche e identità in Giappone (Casadeilibri, pp. 160, € 16) e l’autore è David Santoro, collaboratore di diverse testate giornalistiche.

Intoccabili, nippobrasiliani, rappers di Tokyo e di Okinawa, giovani musicisti in fuga dalla logica di mercato, artisti gruppi sociali e popolazioni che fanno della musica uno strumento di affermazione e resistenza culturale.
Questi sono solo alcuni dei protagonisti di Concerto in Sol Levante, un libro per scoprire la storia e la realtà del Giappone moderno attraverso la musica e sfuggire ai nostri pregiudizi. Un racconto attraverso le parole dei protagonisti che mostra lo stretto legame fra tradizione e ibridazione e come nella cultura l’incontro prevalga sulla separazione.

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Ho notato che molti lettori approdano qui nel blog cercando notizie sui tatuaggi giapponesi: questo post è dedicato a loro. L’opera che presentiamo oggi è dedicata a veri appassionati del genere: si tratta di Il tatuaggio giapponese – Stili tradizionali e moderni di Manami Okasaki (Ippocampo edizioni, pp. 320, 300 foto a colori, € 89).
Questa la presentazione dell’editore:

L’arte di creare decorazioni indelebili sul corpo è una tradizione millenaria in Giappone. Si possono tracciare molti paralleli tra questo genere tradizionale e i classici a china e le xilografie dei maestri dell’ukiyo-e. Nel volume trovano posto rare opere dei maestri tradizionali magistralmente riprese dai fotografi, con i delicati e affascinanti «full-body suit» il cui stile è rimasto pressoché immutato sin dall’età Edo.
Il libro è suddiviso in quattro capitoli: Tokyo, Chubu (la regione tra Tokyo e Kyoto), Kyoto e Osaka. In ognuna di queste metropoli, i tatuatori hanno stili e trend a sé stanti, che vanno da quello classico conservatore a un’eccentricità portata all’estremo.

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Rieccomi qui dopo la lunga assenza natalizia. Prima di tutto, auguri (anche se un po’ in ritardo) per anno felice e ricco di piacevoli letture. 🙂
E ora, passiamo alla recensione del giorno. Per oggi, ho scelto un libriccino che mi è stato donato da un’amica proprio in occasione delle feste; e il volume in questione è Il lottatore di sumo che non diventava grosso di Eric-Emmanuel Schmitt (edizioni E/O, pp. 114). Com’è facile intuire, l’autore non è giapponese, ma ha ambientato la vicenda nella terra del Sol Levante.
La storia è piuttosto semplice, ma simpatica: Jun, quindicenne in guerra col mondo, vive di espedienti per le strade di Tokyo, intento a estirpare da sé ogni barlume di calore umano. Ferito e amareggiato dalla sua pur breve vita, vaga senza uno scopo, né una meta; di tanto in tanto, una lettera della madre lo riscalda prima di ripiombare nuovamente nella disperazione e nel nichilismo. Un giorno, però, al solito angolo della strada dove commercia materiale indecente, qualcuno sembra accorgersi di lui: un maestro di sumo, difatti, rivela a Jun di vedere in lui “un grosso”, malgrado la sua pelle attaccata alle osse e del suo fisico provato. Sarà vera la profezia? Oppure nasconde dietro di sé qualcos’altro? A voi la scoperta.

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