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Posts Tagged ‘mishima’

A chi ha la possibilità in questi giorni di recarsi a Milano, suggerisco vivamente di farlo: il 26 e il 27 ottobre, infatti, presso l’Aula magna del Dipartimento di lingue e culture contemporanee dell’Università di Milano (Piazza Indro Montanelli, 1, Sesto S. Giovanni, Milano), si terrà il convegno “Al di là dei cliché: rappresentazioni altre del femminile”. In particolare, consiglio i seguenti interventi:
Paola Scrolavezza (Univ. degli Studi di Bologna), “Donne senza fissa dimora: scrittura e libertà secondo Hayashi Fumiko (1903-1951)” [a destra nella foto] che si terrà il 26/10 alle 17,30;
Giorgio Fabio Colombo (Univ. Cà Foscari), “Suzuki Setsuko e le altre: la lotta per le pari opportunità nel diritto del lavoro in Giappone”, che avrà luogo il 27/10 alle 9;
Virginia Sica (Univ. degli Studi di Milano), “Hojo Masako. Donne e politica nel Giappone premoderno”, che si terrà il 27/10 alle 11,30;
Ida Marinelli (prima attrice del Teatro dell’Elfo di Milano) e Virginia Sica, conversazione su “Mishima Yukio e la sua Renée de Sade”, che si svolgerà alle 16,30 del 27/10.
Ringrazio un utente di aNobii per avermi segnalato l’evento.

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In un paese come l’Italia, fa davvero piacere vedere riconosciuti i meriti di una grande studiosa. E’ per questa ragione che vi presento volentieri Un’isola in levante. Saggi sul Giappone in onore di Adriana Boscaro, a cura di Luisa Bienati e Matilde Mastrangelo (ed. Scriptaweb, pp. 488; cliccando qui si può acquistare il volume in brossura e consultarne una copia online per 18 mesi, per il costo totale di 58 €).
Questo il ricchissimo sommario di un’opera certamente molto interessante:

Il Giappone antico
– Maria Teresa Orsi, Il Genji monogatari letto da lontano
– Sagiyama Ikuko, Hajitomi: la dama Yūgao nel teatro nō
– Carolina Negri, Donne che soffrono per le incertezze dell’amore e del matrimonio. Il destino di Murasaki no ue
-Appunti sull’imitazione di Ono no Komachi nel Gosenshū eoltre
– Poesia e poeti nei drammi storici di Chikamatsu Monzaemon
– Un rebus di sapienti bugie: Ono no Bakamura uso ji zukushi e la “parodia globale” nellaletteratura di periodo Edo
– Annotazioni per la morfologia di una Gozan bunka
– Composizione poetica e relazioni internazionali nel Giappone del periodo Nara
– Un caso di mistificazione storiografica: Kōken-Shōtoku tennō
– Cavalli e cavalieri nell’immagine artistica giapponese
– Gli studi tassonomici sulla lingua giapponese classica e l’origine del termine wakan konkōbun
– Il Rāmāyaṇa in Giappone. Considerazioni preliminari
dall’India al Giappone
– Note sulle pene in epoca Tokugawa
– Il Giappone e i gesuiti al loro primo incontro
– Il gesuita Camillo Costanzo e la controversia sulla terminologia cinese
– La lingua giapponese vista dagli europei nei secoli XVI e XVII

Il Giappone moderno
– Instants volés. Il Giappone di Nicolas Bouvier
– Spazio del romanzo e spazio urbano: Chijin no ai di Tanizaki Jun’ichirō
– Kyōko no ie di Mishima Yukio: la casa come struttura narrativa
– Tanin no kao: storia di un connubio sperimentale tra cinema, musica e letteratura
– Straniera, dappertutto: la ri-scoperta dell’immaginario culturale giapponese in Inu muko iri di Tawada Yōko
– Comunicare senza parole di Ozaki Kōyō
– Nella porta di pietra. Interpretazione di un’opera di pittura e di poesia di Natsume Sōseki
– Lo scrittore abita qui. Shiba Ryōtarō, i libri e l’architetto
– L’estetica del mostruoso nel cinema di Miyazaki Hayao
– Umorismo e cinema: la commedia ‘irriverente’ in Giappone
– Perché un nuovo dizionario Giapponese-Italiano
– Casi, ruoli semantici e schemi grafici nell’insegnamento dei verbi giapponesi
– Introduzione a La filosofia della storia
– La reinvenzione della memoria nel discorso religioso del Giappone contemporaneo
– Depoliticizzazione e destoricizzazione di un ‘paradiso tropicale’: la rappresentazione di Okinawa nei media e nella cultura popolare del Giappone
– Economisti pentiti: la “conversione” (tenkō) di Nakatani Iwao

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Dopo una pausa estiva, riprendiamo come di consueto, introducendo La spada di Mishima di Christopher Ross  (Guanda,  pp. 288, € 17). Malgrado Mishima sia ricordato – quasi più che per le sue opere – per il suo suicidio, a distanza di quarant’anni rimangono ancora dei punti oscuri da chiarire in proposito, che il volume si propone di illuminare.
Questa la quarta di copertina:

Il 25 novembre 1970 lo scrittore Yukio Mishima, dopo un concitato proclama ripreso dalle tv di tutto il mondo, si asserragliò in un ufficio e commise seppuku, il suicidio rituale degli antichi samurai. Il suo atto fu definito in modi diversi: dramma meraviglioso e perverso, protesta politica, gesto estremo di un genio folle… Ma quale di queste affermazioni è la più vera? E che fine ha fatto la spada utilizzata da Mishima per uccidersi?
Più di trent’anni dopo, Christopher Ross parte alla ricerca di una risposta definitiva a queste domande. Si mette sulle tracce dei testimoni del suicidio, compiendo un viaggio attraverso il Giappone moderno, i suoi tic e le sue ossessioni, viaggio che si rivela col tempo ricco di sorprese. Nel suo procedere erratico, accompagnato dalla voce inconfondibile delle opere di Mishima e dalla severa disciplina interiore del kendo, la via della spada, Ross ricostruisce in modo nuovo un’enigmatica vicenda umana e letteraria. Un libro di viaggio che diventa biografia e racconto filosofico, nonché ritratto di un paese che deve ancora fare i conti con questa morte.

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Sempre grazie alla casa editrice Solfanelli, vi segnalo una delle edizioni italiane del cosiddetto Libro dei samurai, ossia Hagakure. All’ombra delle foglie di Yamamoto Tsunemoto; il volume è stato curato da Francesca Meddi, consta di 88 pp. e costa 8 €.
Come ricorda la presentazione,

L’Hagakure, considerato un classico del Bushido, è un manuale per i guerrieri (Bushi) composto da 1300 brevi aneddoti e riflessioni di diverso carattere.
La famosa la frase Ho capito che la via del samurai è la morte, tratta dal Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, spesso interpretata parzialmente o addirittura in modo fazioso, condusse talvolta al fanatismo estremo. Emblematico fu a questo proposito il suicidio di Yukio Mishima secondo il rituale del seppuku, il sacrificio di giovani militari giapponesi indotti alla cieca obbedienza per l’imperatore.
Tuttavia, dietro al facile fraintendimento che l’assunto genera, si cela un pensiero diverso; paradossalmente è un invito alla vita, a viverla in ogni suo istante al meglio, ricordando che l’uomo, come ogni altro essere vivente, è destinato a morire.
In questo libro sono stati tradotti gli aneddoti più significativi, quelli che più si accordano al Giappone di oggi, riassumendone gli aspetti sostanziali.
In appendice, “L’ultimo samurai” e “Lo stoicismo e lo zen”, i due saggi della traduttrice Francesca Meddi.
Qui, il concetto del Cuore Zen, soggetto imperturbabile, oggetto della strenua ricerca dei samurai e strumento per superare la paura della morte, è termine di confronto fra il seppuku di Mishima e con quello di Catone.
In questo paragone, la teatralità della morte di Mishima non ha il senso dell’atto patriottico che riscatta il disonore, quanto il gesto estremo di un uomo “(…) che aveva fatto della sua vita uno spettacolo (…)”, e la glorificazione dell’idea romantica della morte. E’, in definitiva, un seppuku quale perfetta conclusione di un dramma, come uno di quelli tante volte raccontati nei suoi romanzi.
Diversamente, la virtù stoica di Catone lo rende simile al samurai, e proprio come un samurai Catone decide di togliersi la vita per seppuku.

(qui a lato: un fotogramma de I sette samurai di Akira Kurosawa)

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Vi propongo con piacere un articolo di Franco Ricciardiello apparso su Carmilla e dedicato a Mishima. Buona lettura.

Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).

Alberto Moravia, che intervistò Mishima quando in Europa era etichettato come “fascista”, lo definì piuttosto “un conservatore decadente”. Mishima in realtà non avallò mai alcuna appartenenza ideologica, e non ebbe problemi a rispondere all’invito dello Zenkyōtō, il Comitato di Lotta interfacoltà degli studenti di sinistra, per una serie di conferenze nelle università sconvolte dal 1968, altrettanto vivace in Giappone che in Europa. Non bisogna dimenticare che da giovane lo scrittore mosse i primi passi intorno a Bungei bunka, rivista pubblicata tra il 1938 e il 1944 dal circolo neoromantico del primo periodo Shōwa, composto da artisti provenienti dal marxismo; né bisogna dimenticare che non furono considerazioni meramente ideologiche a spingerlo a denunciare pubblicamente nel 1967 la Rivoluzione culturale cinese, insieme al futuro premio Nobel Kawabata Yasuunari, bensì una concezione che precisò l’anno successivo nel saggio Sulla cultura: affinché un sistema culturale possa trasferirsi di generazione in generazione, è necessario che il sistema politico garantisca libertà di pensiero e pluralità di espressione democratica. È evidente che quest’idea è inconciliabile con la politica maoista del tempo.
La genesi del “Mare della Fertilità” risale probabilmente al 1963, la sua prima ideazione al 1960; come ha fatto rilevare Giorgio Amitrano, è significativo che il titolo scelto da Mishima per questo suo testamento letterario sia in realtà un’antifrasi: il toponimo del cratere lunare Mare fœrtilitatis richiama infatti qualcosa che è fecondo solo quando è morto, perfetta metafora del nichilismo cosmico.
Intenzionato a scrivere un “romanzo interpretazione del mondo” sull’esempio degli scrittori europei di inizio secolo, preparò il lavoro con estrema accuratezza, recandosi di persona nei luoghi scelti per l’ambientazione, dal sudest asiatico alla provincia giapponese. Scrisse in proposito: “Per quanto riflettessi, non riuscivo a immaginare un lungo romanzo che fosse diverso dalle grandi opere apparse in Occidente a partire dal XIX secolo e avesse una sua precisa ragione di esistere. […] Per fortuna ero giapponese e per fortuna avevo a portata di mano le teorie della reincarnazione.” Diverse teorie buddiste sulla metempsicosi sono infatti la “giustificazione” di fondo della tetralogia, che segue due protagonisti tra il 1910 e il 1970: il professore Honda Shigekuni, e un secondo personaggio che alla fine di ogni romanzo — è questa l’originalità del ciclo di Mishima — muore per reincarnarsi nel romanzo successivo.
Honda non è soltanto un protagonista/punto di vista, ma un vero e proprio testimone della metempsicosi, l’unico che riconosce i segni del ciclo karmico di morte e rinascita: nei quattro romanzi avrà a che fare successivamente con altrettanti giovani bellissimi destinati a morte precoce e reincarnazione. Ognuno di loro è la rappresentazione, l’alter/ego di Mishima a un certo stadio della vita.
Nel primo volume della tetralogia, “Neve di primavera”, Honda è il precettore di Matsugae Kiyoaki, giovane rampollo dell’aristocrazia nel periodo immediatamente successivo la vittoriosa guerra contro la Russia zarista: l’intreccio è una storia d’amore tra due adolescenti ai quali è impedito sposarsi. Kiyoaki è la rappresentazione della sensibilità estetica di Mishima adolescente: compresso tra la personalità della nonna paterna, che lo strappò alla madre per educarlo in prima persona, e la volontà del padre di avviarlo alla carriera diplomatica, Hiraoka Kimitake (è questo il vero nome di Mishima) ebbe un’infanzia infelice e cagionevole, che lo portò a sviluppare una sensibilità particolare, e forse anche il desiderio di ribellarsi alle imposizioni. “Neve di primavera” è il romanzo dell’amore puro, della dedizione adolescente. La sua cifra stilistica è rappresentata dal colore bianco: la neve, la purezza, i fiori di ciliegio (talvolta screziati di rosso, come un presagio di morte) e soprattutto la pelle femminile.
Nel secondo volume, “A briglia sciolta”, Honda Shigekuni ha occasione di vedere nudo durante una esercitazione di arti marziali il figlio di un suo conoscente: riconosce su di lui alcuni segni fisici di Kiyoaki, l’amico morto di consunzione alla fine del romanzo precedente. Qualche indagine lo porta a appurare che si tratta di un caso di reincarnazione, proprio come sostengono numerose teorie religiose. Inuma Isao è affiliato a una setta tradizionalista che propugna il ritorno alla tradizione dell’onore giapponese tramite l’omicidio politico dei ministri fiolo-occidentali. Il gruppo si ispira allo Shinpūren (Lega del vento divino), una cospirazione di ex-samurai che nel 1876 si ribellò alla restaurazione imperiale, e fu soffocata nel sangue. Significativamente, lo Shinpūren storico è anche l’ispirazione ideale del Tatenokai, l’Associazione degli scudi, milizia privata fondata da Mishima con l’obiettivo di tornare ai valori tradizionali giapponesi, rappresentati dalla persona del Tenno, l’imperatore. Di nuovo risulta difficile distinguere letteratura e vita in Mishima. Épater le bourgeois è il motto imparato dagli europei, e sconcertare la borghesia sarà il suo fine; ci riuscirà anche nei romanzi più “borghesi” scritti per le riviste femminili, come “Musica e abito da sera”. Alla fine del secondo romanzo, la polizia scopre e sgomina la cospirazione; Isao, che dell’autore rappresenta la volontà di azione, è costretto al suicidio rituale con la spada, il seppuku, in un’anticipazione della morte di Mishima stesso. Con uno stile quanto mai decadente, la politica diventa opera d’arte.
Il terzo romanzo, “Il tempio dell’alba”, è in parte ambientato in Thailandia. Dopo la morte di Isao, ancora una volta Honda riconosce la reincarnazione di Kiyoaki in una principessa siamese, figlia di un vecchio compagno di studi: la giovanissima Ying Chang che viene a sua volta a studiare in Giappone. La sua bellezza conturbante provoca in Honda reazioni contrastanti, non solo ispirate dal ciclo di morte e rinascita che è costretto a osservare; diventa addirittura un voyeur, e arriva a spiare di nascosto la sua ospite. Ritorna il simbolismo dei colori di “Neve di primavera”, ma con una differenza significativa: il bianco associato alla pelle femminile contraddice in apparenza il bruno-dorato della carnagione di Ying Chang, colore che Mishima associa con la virilità della pelle maschile ambrata, abbronzata (v. per esempio il saggio “Sole e acciaio”), ma è chiaro che la principessa rappresenta l’amore temporale, carnale. Per contrasto, e in maniera molto significativa, nella simbologia dello scrittore la pelle di San Sebastiano appare bianca come marmo; celebre la foto in cui Mishima impersona il santo cristiano in un’esibizione vagamente masochista. Ancora una volta èpater le bourgeois. Questo culto della forma fisica, misto di omosessualità e virilità, appare come una rivincita su un’infanzia gracile vissuta all’ombra della madre (e della nonna). Del carattere di Mishima, la principessa Ying Chang rappresenta il narcisismo.
Invece il giovane protagonista dell’ultimo episodio della serie, Tōru, ne impersona il nichilismo assoluto. Il romanzo si intitola “La decomposizione dell’angelo”, il titolo originale allude alla tradizione buddista: la morte di un angelo è preannunciata da cinque segni di decomposizione. “Gli angeli sono come principesse senza scampo, colte dalla peste in un giardino tropicale” (pag. 1348 ed. Mondadori). Honda Shigekuni, ormai anziano e vedovo, riconosce e adotta un giovane orfano solitario che lavora in un faro sulla scogliera, anche se nutre dubbi sulla sua identità segreta (il ragazzo infatti risulta concepito qualche giorno prima della morte di Ying Chang). Il giovane cerca lo scontro con il padre adottivo, la sua ribellione è dettata da un nichilismo che spiega il pessimismo cosmico dell’autore. Simbolicamente, dopo la parola fine Mishima appone sul manoscritto lasciato a disposizione dell’editore la data del 25-11-1970, che non è quella di termine del lavoro bensì quella progettata per il seppuku davanti a un reparto delle Jietai, le Forze di Autodifesa nazionali che erano il solo esercito permesso al Giappone dopo la sconfitta nella guerra mondiale.
Il ciclo del “Mare della fertilità” è l’ultima opera composta da Mishima. Il 25 novembre 1970 insieme a quattro giovani attivisti del Tatenokai sequestra il generale comandante della guarnigione militare di Ichigaya, costretta a radunarsi per ascoltare l’arringa dello scrittore. Mentre già si sentono gli elicotteri dalla polizia, Mishima si rende conto che il suo appello alla fedeltà verso il Tenno cade nell’indifferenza o peggio nella derisione; si ritira nell’ufficio del generale per il suicidio rituale. Il seppuku si prolunga in maniera innaturale a causa della giovane età e dell’inesperienza degli attivisti, la decapitazione di Mishima dopo l’autosventramento è lunga e penosa, molto diversa dal gesto stilizzato e estetizzante del suo personaggio Isao in “A briglia sciolta”. Il nichilismo si è trasformato in impulso autodistruttivo, l’ultimo tentativo di reazione ai valori di quell’occidente assimilati così perfettamente da Mishima autore. Rimane la vasta opera letteraria di un uomo che nel privato della scrittura si rivelò molto più colto e sensibile della maschera pubblica che volle costruire.

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La notizia rallegrerà certamente chi desidera fare scorta di volumi per l’estate: le librerie ed il sito Feltrinelli oggi e domani scontano del 35% volumi di alcune collane dell’omonima casa editrice e della Einaudi.
Questo significa che potrete trovare a prezzo ridotto molti libri di Mishima, Yoshimoto, Murakami, Kawabata, Tanizaki, etc.
Vi è poi un’ulteriore promozione sui testi della Tea, ridotti del 40%: tra i più celebri, possiamo ricordare Memorie di una geisha e i resoconti asiatici di Tiziano Terzani.
Buoni acquisti.

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Ecco qui un’interessante introduzione alla letteratura giapponese di Virginia Sica, docente di Cultura giapponese presso l’Università Statale di Milano, apparsa nelle pagine di Treccani scuola.

Familiarizzarsi con esempi letterari giapponesi può aiutare a modificare l’inesatto e deviante modello di esotico ‘oriente’ del nostro immaginario collettivo, favorito soprattutto (ma non solo) dai manga e dagli anime, quelle produzioni mediatiche, cioè, che hanno avviato una nuova era di japonisme. Quindi, perché non proporre un indice che spazi dalle origini al contemporaneo e che inviti a riflettere più sulle analogie che non sulle diversità. E i manga? Ben accetti, purché scelti fra la migliore produzione.

La letteratura giapponese fuori dall’immaginario collettivo dell’esotico oriente
L’agile e gradevole Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca di Nakagawa Hisayasu, (Bruno Mondadori, 2006) rimarca, con misura e ironia, ciò che da (quasi) sempre gli studiosi di ‘cose giapponesi’ ben sanno: che le peculiarità culturali del Giappone vengono percepite come esotiche e appartenenti a un ‘lontano estremo oriente’ sotto l’urto di un’informazione massificante e lacunosa, che travalica nei luoghi comuni. I quali si sommano, ben inteso da entrambe le parti, ai luoghi comuni sul sé e sulla propria identità culturale. Un processo che, la storia ci insegna, viene spesso intenzionalmente assecondato da svariate egemonie, siano esse di natura politica (restyling dell’immagine del Paese sentita come compromessa da eventi storico-sociali) che di natura economica (strategie di marketing connesse alla pulsione al consumo). Un pur elementare approccio alla letteratura giapponese può certamente sembrare problematico quando avulso da un contesto storico; tuttavia, una riflessione sulle analogie con elementi culturali a noi familiari può ridurre la distanza avvertita come invalicabile e fornire risultati stimolanti. E per ogni macro-periodo della storia del Giappone potremmo selezionare efficaci esempi letterari.

Mitologia a confronto
Una delle correlazioni più diffuse e scontate è l’equivalenza fra cultura giapponese, nella sua globalità, e spiritualità buddhista. Allusioni o riferimenti espliciti (quando non addirittura funzionali) sono evidenti in molti manga e anime (fumetti e cartoon giapponesi) e nell’ambito dei media indirizzati alle utenze più varie. Del macrocosmo buddhista, poi, la spiritualità, l’etica e l’estetica cui in maggior misura si fa riferimento sono quelle attinenti allo zen, tralasciando che la cultura giapponese si è nutrita di apporti autoctoni (già preesistenti all’introduzione dalla Cina – mediata dalla Corea – del Buddhismo, nel corso dei secoli IV-VI) e continentali sapientemente amalgamati. Così, senza rinnegare il contributo culturale veicolato dagli ambienti buddhisti fin dalle origini delle fonti scritte giapponesi, ci si può accostare a quella letteraria più antica, il Kojiki (“Racconto di antichi eventi”), per familiarizzarsi con lo shintoismo, la forma di religiosità più antica del Paese, e stimolare una comparazione con i miti nostrani. Il Kojiki, datato 712 d. C., è il compendio di tradizioni indigene, locali e nazionali, tramandate fino a quel momento oralmente; con l’introduzione, contestuale a quella del Buddhismo, del sistema di scrittura, si poteva ora avviarne la registrazione, modellandola sulle grandi opere della storiografia cinese, per garantire allo Stato giapponese una sua storicità, abbellita da ascendenze mitico-leggendarie ed epiche.
Ciò che interessa qui sottolineare sono le svariate analogie con la mitologia greco-romana. Tanto per citarne alcune, il dio Izanaki e la dea Izanami che si incontrano nuovamente nel mondo delle tenebre troppo ricordano infatti i miti di Orfeo ed Euridice come anche di Persefone. D’altro canto, la stessa madre Demetra, nel suo ritiro ad Eleusi, presenta assonanze con la narrazione che vede la dea del sole Amaterasu ōmikami (sovrana dell’olimpo mitologico giapponese da cui, ufficialmente fino al 1946, si è fatta risalire la stirpe imperiale) rifugiarsi in una celeste dimora rocciosa, offesa da crimini impuri perpetrati dal fratello Susanoo no mikoto. È plausibile che una lettura poco più accurata rischi di portarci nei meandri della controversa questione sulla monogenesi o poligenesi degli hieroi logoi (questione dibattuta, in particolare sul Giappone, sin dal primo ventennio del ‘900, poi sulle orme dello strutturalista G. Dumézil (1898-1986), fino allo storico delle religioni ed antropologo A.M. Di Nola negli anni ’70). Il Giappone dei secoli VII-VIII, infatti, intratteneva rapporti con una Cina che aveva conosciuto il mondo nestoriano che, a sua volta, aveva mediato molta classicità mediterranea. Ma, in fin dei conti, senza scomodare civiltà eurasiatiche nutrite da eterogenee influenze di possibili matrici indoeuropee, il Kojiki si presta a piani di lettura anche meno impegnativi (la più recente traduzione e analisi critica dell’opera è Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di P. Villani, Marsilio, 2006).

Fantastico e fiabesco
Per i secoli a seguire, le opere di letteratura furono per lo più prodotte dagli aristocratici e destinate ai loro pari. È vero che l’antologia poetica ufficiale più antica, il Man’yōshū (Raccolta di diecimila foglie) della II metà del VIII secolo, non ha mai cessato di essere modello di riferimento estetico per la poesia e la prosa giapponesi, fino in tempi contemporanei, pur con un adeguamento alle mutazioni contingenti. Ma certo quest’antologia, già di per sé di non semplice lettura, testimonia un’arte patrizia, poco attenta all’aspetto orale e, quindi, collettivo. Quest’ultimo, invece, può essere affrontato, stavolta diacronicamente, attraverso le fiabe e leggende, in cui convergono, in molte varianti, tradizioni locali anche millenarie. Anche questo ambito di lettura può essere condotto comparativamente, tenendo presente, però, un’iniziale percezione di distanza psicologica: le fiabe della nostra infanzia non potevano considerarsi tali senza il lieto fine d’obbligo e il neppure troppo sotteso invito alla redenzione o punizione dei ‘cattivi’. Ma la saggezza popolare giapponese non sempre premia o riscatta i ‘buoni’; soprattutto, non ruota intorno ad una visione antropocentrica. Gli esseri umani, qui ridimensionati (o, secondo i punti di vista, ‘promossi’) si misurano con le divinità della natura e infinite forme di loro rappresentanti (spesso messaggeri) animali: volpi, tassi, gru, usignoli, serpenti e carpe, ognuno con una propria simbologia immediatamente percettibile eppure, secondo l’area geografica di appartenenza del racconto, mai sempre uguale a se stessa. Ciò comporta che di fate e di principi azzurri ce ne siano ben pochi. Ma anche così possiamo ritrovare molti richiami ad un fiabesco a noi più familiare. Per tutti valgano i temi della “stanza proibita” e della metamorfosi animale/essere umano.
Qui però il percorso va condotto sulle varianti più che sulle analogie: per la fiaba giapponese, infatti, la vita non presenta aspetti eroici e, per default, la morte è meno drammatica. In quanto alla metamorfosi, sono gli animali a trasformarsi temporaneamente in esseri umani, non il contrario. Qualche analogia, tuttavia, non va esclusa a priori, in particolare per quelle narrazioni di saggezza del buon senso rurale, che ci rimanderanno invariabilmente a immortali personaggi dei fratelli Grimm. Questo indirizzo di lettura, in tutti i suoi aspetti poliedrici, può essere agilmente condotto su Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi, Einaudi, 1998).

Buddhismo e introspezione
Dalla II metà del IX secolo si inaugura la tradizione dei monogatari (letteralmente ‘raccontare i fatti’ e, quindi, ‘racconti’). Anche qui le radici affondano nella tradizione orale ma, privilegiato dal mondo curtense, questo genere letterario finisce con il solo ispirarsi ad essa, creando opere destinate, sembra, alla lettura a voce alta per l’aristocrazia femminile. Su tutti campeggia, come sintesi più alta della diaristica e della poesia di corte, intriso di elementi e rimandi buddhisti, il notissimo Genji monogatari (Storia di Genji, anno 1000 ca.) della dama di corte nota come Murasaki Shikibu (ca. 973-1014). Certamente una lettura del Genji si rivela molto impegnativa (quanto meno per la mole) e, se avulsa da un quadro storico, dall’analisi dei modelli retorici ed estetici imperanti e dai fondamenti dottrinari del Buddhismo, anche deviante.
Così, per familiarizzare con una prosa che certamente è pervasa di uno spirito buddhista ma è soprattutto esempio di letteratura dell’introspezione, consiglierei il breve capolavoro del 1212 di letteratura del romitaggio, Hōjōki (Ricordi di un eremo, a cura di F. Fraccaro, Marsilio, 2004) del poeta eremita Kamo no Chōmei (1153-1216). Oltre tutto, l’opera ci fornisce spunti realistici sulla trasformazione storica e sociale del periodo, che vide il passaggio dai dominanti valori estetici della corte a quelli del ceto militare provinciale, salito al governo ufficialmente nel 1185. Un transito storico che, come ci indica l’autore, fu sofferto e ambiguo per tutti i suoi attori, nonostante l’irriducibile mito dei samurai senza macchia e senza paura.

Cappa e spada
Ciò che va sotto il comune denominatore manga è, in realtà, un vasto universo in cui convergono tematiche quanto mai diversificate. Una di quelle che riscuote maggior successo concerne le sanguinose lotte di potere di ambientazione storica, per così dire ‘in costume’. Così, personaggi originariamente storici hanno finito con l’essere sottoposti ad un vero e proprio vernissage leggendario. Risulterebbe quindi probabilmente gradito Shura (I demoni guerrieri, a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1997) di Ishikawa Jun (1899-1987) che, pur essendo autore di periodo molto posteriore, riscrive con rigore storico il belligerante periodo Ōnin (1467-1469), coincidente con il collasso della casata militare degli Ashikaga al governo del Paese e la definitiva emersione dei forti poteri militari delle province. Pur tuttavia, nel dare vita ai personaggi (reali e di fantasia) e alle loro intime motivazioni, l’autore fa cosciente ricorso ad elementi folcloristici tradizionali.

La letteratura a misura di cittadino
La guerra dell’Ōnin era stato l’incipit di un’epoca nota come sengoku jidai (periodo dei paesi combattenti), protrattasi per quasi un secolo. Si era poi avviata la riunificazione, non meno sofferta e devastante, ad opera di eminenti strateghi militari, fino alla salita al potere della casata dei Tokugawa. Il centro politico del Paese venne spostato nell’attuale Tōkyō (allora Edo), il processo di centralizzazione del potere giunse al suo culmine, le riforme economiche e politiche fecero il resto. La ‘pace’ Tokugawa (1603-1867) assisté a una veloce urbanizzazione e alla coerente emersione di un ceto cittadino, in prevalenza mercantile, effetto ma anche, ellitticamente, causa stessa della diffusione dell’istruzione, accompagnata dall’incremento della stampa a costi sempre più contenuti.
È questa l’epoca che vede la nascita dello scrittore professionista e, fra tutti, spicca la figura di Ihara Saikaku (1642-1693), egli stesso mercante in Ōsaka, che, ispirandosi all’attualità e ad eventi di cronaca cittadina, diede voce al proprio ceto di appartenenza e ai contesti in cui esso si muoveva abitualmente: le strade cittadine, le botteghe, le case di piacere (luogo di divertimento, perdizione, ma anche – e soprattutto – luogo di incontri per nuovi affari e di scambi di idee). Tutto quel mondo minuziosamente descritto negli ukiyoe, le stampe del “mondo fluttuante”, oramai ampiamente note ai più. Per la loro struttura, l’immediatezza del linguaggio, la carica umoristica e l’appealing intrigante, la lettura di alcuni racconti di Ihara può generare ampi spazi di dibattito con un pubblico studentesco (Vita di un libertino, Guanda, 1988; Cinque donne amorose, Bompiani, 1989; Vita di una donna licenziosa, ES, 2004, titoli in trad. di L. Origlia; Storie di mercanti [racconti vari], a cura di M. Marra, Tea, 1988; Il grande specchio dell’omosessualità maschile, a cura di A. Maurizi, Frassinelli, 1997).

Tempi moderni
La ‘pace’ Tokugawa si interruppe molto prima della caduta ufficiale del governo militare; stavolta, però, i disordini non furono causati dalle sole brame di potere interne ma anche dall’inevitabile confronto con le potenze straniere. Il Giappone, incalzato ad aprirsi ai mercati e alla diplomazia internazionali, in parte promosse, in parte si arrese alla necessità di una ‘restaurazione’ della figura imperiale, mantenuta in sordina per secoli ma ora fondamentale come referente politico moderno. Contestualmente si rendeva inderogabile una modernizzazione del Paese, troppo a lungo ufficialmente isolato in nome di una salvaguardia del territorio e dei costumi nazionali. Così la Restaurazione dell’era Meiji (1868-1912) vide pressanti riforme strutturali di ambito tecnologico, commerciale, giuridico, politico e sociale; inevitabilmente, però, gli eventi coinvolsero e travolsero costumi e stili di vita, anche nell’accezione di una illusoria corsa all’occidentalizzazione.
La generazione letteraria Meiji, naturalmente, non ne fu indenne e in ogni opera è testimoniata, con variabile consapevolezza, la destabilizzazione dell’individuo di fronte alla crisi di identità singola e collettiva. Fra i numerosi letterati rappresentativi del periodo, la scelta cade su Natsume Sōseki (1867-1916) e, nel panorama della sua produzione, su Kokoro (Il cuore delle cose, trad. di N. Spadavecchia, Neri Pozza, 2001) e Sanshirō (a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1990), ritratti indelebili della solitudine interiore dell’uomo, della disgregazione dei valori di riferimento, dell’impatto tra l’atavica predominanza della comunità di appartenenza e la moderna emersione dei valori dell’individuo. Qui non vi sarebbe alcun bisogno di suggerire spunti particolari per piani di lettura comparativi, per le molte affinità storiche nella stessa Europa e per la ricchezza di opere dai temi analoghi. Tuttavia, memore di un bel lavoro di ricerca del giovane studioso Giuseppe Russo, mi permetto di proporre una lettura di Natsume Sōseki in accostamento a L’Immoraliste (1902) di André Gide e a I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello.
Un periodo molto complesso quello Meiji, necessariamente esposto ad una lettura non solo letteraria ma soprattutto storica, che fornisca gli strumenti per comprendere l’ingresso del Giappone nella storia internazionale con i successivi sviluppi dalle ripercussioni mondiali. Ci può venire in aiuto anche uno strumento alternativo di sicuro gradimento e che ci offre uno spaccato coinvolgente della transizione Meiji e nozioni sugli intellettuali che la popolarono; stavolta si tratta di un manga, ma qualitativamente (per grafica e contenuti) ineccepibile: la traduzione italiana, seriale, di Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan, Coconino Press, dal 2001) di Taniguchi Jirō e Sekikawa Natsuo, vita a fumetti di Natsume Sōseki.

Dalla “neve sottile” alla “pioggia nera”
Nel 1983 il regista Tinto Brass realizzò la pellicola La chiave, ispirandosi liberamente ad una delle opere di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965), esponente di una letteratura che, in un equilibrio mai precario, associa temi e atmosfere tradizionali a elementi di modernità fin provocatoria; i temi ricorrenti sono la sensualità – anche morbosa –, l’ambiguità, la complessità della psicologia dell’individuo, inesorabilmente distinta in maschile e femminile. Si può familiarizzare con Tanizaki scegliendo tra i capolavori raccolti in Opere (a cura di A. Boscaro, Bompiani, 2002); tuttavia In’ei raisan(Libro d’ombra, a cura di G. Mariotti, trad. di A. Ricca Suga, Bompiani, 2000), riflessione saggistica – non romanzo – del 1933, con la sua critica ferma (seppur espressa con toni misurati, oscillanti tra nostalgia ed ironia) è il testo che meglio si presta per un confronto su ciò che viene indicato come il peculiare sentire estetico giapponese, ‘incomprensibile’ ad altre culture. Certo questo indirizzo di lettura dà adito a dubbi su una posizione nazionalista dello scrittore, in un periodo storico compreso fra i due conflitti mondiali, per l’apologia dell’estetica nazionale e della sua supremazia su un’estetica improntata ad una funzionalità tecnologica. Il dibattito quindi si apre su una dichiarata e difesa diversità, sull’arroccamento alla tradizione, sul tema del ritorno al passato, sui doppi sensi della multiculturalità. Più impegnativo, ma suscettibile di analisi delle stesse tematiche (e oltre) Sasameyuki (Neve sottile, trad. di O. Ceretti Borsini, Guanda, 2006), quasi una saga familiare che vede protagoniste quattro sorelle, diverse per personalità e per adattamento ai tempi moderni.
Conclusosi il devastante secondo conflitto mondiale, molti intellettuali giapponesi, come reazione allo scardinamento di atmosfere e costumi quotidiani adesso ‘americanizzati’, svilupparono un’attitudine alla tutela della tradizione (già appartenente a precedenti fasi storiche di fronte alle crisi culturali, di valori, di identità d’appartenenza). Come maggiori esponenti della letteratura dell’epoca, insieme con Tanizaki, sono universalmente riconosciuti Kawabata Yasunari (1899-1972) e Mishima Yukio (1925-1970). L’editoria italiana di grande diffusione ci ha ormai reso estremamente familiari i loro nomi. Oltretutto, le rispettive tematiche e ricerche stilistiche confortano, al lettore improvvisato, il credo in due luoghi comuni dell’immaginario collettivo: Kawabata e l’estrema ricerca estetizzante; Mishima e l’apologia del nazionalismo, del mito dei samurai, dell’anacronismo politico. Di Mishima è familiare anche la tipologia di suicidio, perché clamorosa, intrigante, rispondente ad una coerenza ideologica. Riduttive, scontate persino queste letture di Kawabata e Mishima ed è mia ferma convinzione che i due letterati meritino spazi ed inquadramenti molto ampi, per evitare strumentalizzazioni e letture devianti (per Kawabata, Romanzi e racconti, a cura di G. Amitrano, Mondadori, 2003; per Mishima, Romanzi e racconti 1949-1961, vol.I e Romanzi e racconti 1962-1970, vol. II, entrambi a cura di M.T. Orsi, Mondadori, 2004-2006).
Più consono ad un piano di didattica che contempli temi fortemente d’attualità mi sembra un riferimento alla cosiddetta genbaku bungaku, ‘letteratura dell’atomica’ che, nel proprio panorama, registra la dolente testimonianza di Ibuse Masuji (1898-1993) con Kuroi ame (La pioggia nera, a cura di L. Bienati, Marsilio 2005) del 1965.
Una consueta richiesta viene posta in merito alla figura della donna nella cultura giapponese. Trovo che anche qui imperversi un mito culturale (stavolta sminuente) al quale piace registrare il ruolo femminile in Giappone più mortificato e negato di quanto non sia avvenuto nella ‘civile’ Europa. Il problema è che, nella coscienza collettiva, ruolo femminile in Giappone fa genericamente rima con geisha, quell’intrigante modello foriero di chissà quali inconfessabili arti che, in fin dei conti, il vecchio continente non ha conosciuto. Ne siamo proprio certi? Detto questo, interessante può rivelarsi una letteratura scritta da donne, che risuona della loro voce ma che non si limita a raccontare solo un mondo femminile ma che denuncia ansie e battaglie sociali, culturali, in una parola storiche, di cui le donne fanno naturalmente parte. Temi a noi ancora attuali quelli proposti dalle protagoniste di Enchi Fumiko (1905-1986) in Onnazaka (Il sentiero nell’ombra, trad. di L. Origlia, con una nota critica di C.Vasio, Giunti 1987) del 1949 e Onnamen (Maschere di donna, a cura di G. Canova Tura, con un saggio introduttivo di M.T. Orsi, Marsilio 1999) del 1958. Riflessioni sulla maternità e sui suoi stretti nodi di libertà e schiavitù ci vengono invece riproposti da Chōji (Il figlio della fortuna, a cura di M.T. Orsi, Giunti 1991) di Tsushima Yūko (n. 1947).

Esotismo moderato e appagante
Un’ultima riflessione sulla produzione di romanzi contemporanea, che meriterebbe un dibattito a parte, ampio e impegnativo: innanzitutto perché rispecchia un bisogno (anche commerciale) di omologazione – già ravvisabile dai primi decenni del ‘900, ma esploso nel secondo dopoguerra – condotta su modelli europei e statunitensi; poi perché favorisce la proliferazione di saggi allarmisti su una presunta crisi d’identità culturale dei giapponesi. Frattanto Murakami Haruki, Banana Yoshimoto, Yamada Eimi riscuotono planetariamente un facile successo; temi, stili di vita e linguaggio comuni, che rispondano a una scontata globalizzazione delle nuove generazioni ma che siano, al contempo, sufficientemente esotici, con sparsi elementi fantastici, da convincere un pubblico internazionale di trovarsi di fronte a una letteratura ‘genuinamente giapponese’.

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