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Posts Tagged ‘L’ultima estate di Hiroshima’

Da piccola, la nonna mi raccontava per ore della guerra; delle sue fughe sotto i bombordamenti, della scarsità di cibo, degli allarmi notturni, dei piccoli trucchi quotidiani per sopravvivere.
Proprio quando lei aveva trovato un po’ di pace, nell’agosto 1945, a migliaia di chilometri di distanza, a Hiroshima, una, cento, diecimila famiglie stavano vivendo un inferno.
Grazie ad Hara Tamiki e al suo L’ultima estate di Hiroshima (gentilmente donatomi da L’ancora del Mediterraneo), ho avuto modo di conoscere meglio questa realtà, cui mi ero avvicinata già attraverso il Diario di Hiroshima, redatto da Hachiya Michihiko, medico dell’ospedale cittadino e vittima egli stesso dell’atomica; ricordo di esser rimasta colpita dalla lucidità della narrazione e dalla grande dignità dimostrata da ogni personaggio, malgrado le durissime condizioni di vita.
Sono rimasta sorpresa quando – leggendo il volume di Hara – ho ritrovato questi stessi elementi, stemperati da una vena d’inquietudine malinconica, applicati stavolta ad una realtà familiare ed intima, descritta con semplicità stupefacente, senza mai cadere nella retorica o in un facile patetismo autocommiserativo.
Tutto inizia con un <<preludio alla devastazione>>: nelle settimane antecedenti i drammatici eventi del 6 agosto, Seiji e Shoozoo condividono la quotidianeità. La loro esistenza è scandita dalle sirene antiaeree e dalle ristrettezze belliche, nonché da piccoli accadimenti (le fughe della cognata, i brontolii della sorella, le novità in fabbrica…). Sebbene siano fratelli, i due mostrano caratteri alquanto diversi: il serioso Seiji dedica anima e corpo al lavoro nell’azienda di famiglia, mentre Shoozoo, pensieroso e riservato, cerca nella letteratura (compresa quella occidentale) un conforto alla morte dell’amata moglie e all’amarezza del vivere, calzando così i panni – neppure troppo velatamente – dell’autore stesso.
Il 6 agosto, alle 8.16 del mattino, il cielo si riempie improvvisamente di <<fiori d’estate>>, per riprendere il nome del capitolo centrale. Nessuno è in grado di comprendere cosa stia accadendo, ma – col passare delle ore – la situazione rivela la sua tragicità: le abitazioni cadono a pezzi, i corpi si disfano, i cari si disperdono o vengono decimati. Nulla è più come prima, soprattutto negli animi.
Lentamente, a fatica, i sopravvissuti tentano di dare una nuova forma alla loro vita, traendola dalle macerie e dal dolore; ma il bisogno di cercare propri simili, di narrare la propria storia  e, soprattutto, di trovare una ragione a quanto è accaduto permangono con forza, come ricorda una lirica di Hara Tamiki rievocata tra le strade impregnate del lezzo di cadaveri, che oramai hanno perso ogni traccia di umanità:

Schegge lucenti e
ceneri bianche sono
come un paesaggio sconfinato.
Il ritmo misteriosi dei rossi cadaveri di genti consumate dal fuoco.
E’ successo davvero? E’ potuto succedere per davvero?
Il mondo di domani strappato via tutto d’un fiato,
accanto ai vagoni rovesciati del treno
il torso gonfio d’un cavallo,
l’odore del fumo che si solleva dai fili elettrici.

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Su suggerimento dell’attentissima e sollecita Barbara, vi segnalo l’uscita a breve de L’ultima estate di Hiroshima di Tamiki Hara (ed. Ancora del Mediterraneo, pp. 160, € 15). Sopravvissuto alla bomba atomica di Hiroshima – sua città natale -, lo scrittore morì suicida.
Ecco un brano di Tamiki Hara, di cui però non sono riuscita ad individuare la fonte:

Mi ero alzato verso le otto di mattina quel 6 agosto 1945. Il giorno avanti, alla sera, vi erano stati due allarmi, nessuno dei quali seguito da bombardamento. Improvvisamente ricevetti un colpo sulla testa e tutto diventò scuro davanti ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia. Nelle tenebre, non sentivo che un sibilo di tempesta. Non arrivai a comprendere cosa fosse successo. Il mio proprio grido, io l’avevo inteso come se fosse stato gettato da qualcun altro. […] Fumate vorticose si elevavano da tutte le case in rovina. Raggiungemmo un posto in cui le fiamme mandavano un calore insopportabile. Poi trovammo un’altra strada che ci portò fino al ponte di Sakai. Il numero dei profughi che affluiva verso quel posto aumentava sempre. Io presi la direzione del palazzo Izumi. I cespugli calpestati dalle persone in fuga avevano formato una specie di passerella. Gli alberi erano quasi tutti decapitati.Ciascuno dapprincipio pensava che solo la casa sua fosse stata colpita; ma, una volta al di fuori, ci si accorgeva che tutto era stato distrutto. Tuttavia, benché le case fossero completamente distrutte, in nessun posto si vedevano quelle buche che normalmente facevano le bombe. Sull’altra sponda, l’incendio, che sembrava essersi calmato, riprese a divampare. Improvvisamente, nel cielo, al di sopra del fiume, vidi una massa d’aria straordinariamente trasparente che risaliva la corrente. Ebbi appena il tempo di gridare:

“Una tromba” che già un vento terribile ci colpì. I cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Si aveva l’impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venisse a stendersi al di sopra della terra.[…]Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il fiume alla ricerca di un traghetto, vidi una quantità di persone completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si proiettavano nell’acqua. I loro visi erano così orrendamente gonfiati che appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne. I loro occhi erano ridotti allo stato di fessure e le loro labbra erano colpite da forte infiammazione.Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi. Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce dolce e debole “Dateci un po’ d’acqua”, “Soccorretemi, per favore”; quasi tutti avevano qualcosa da chiederci.[…]Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo di piombo. Soltanto le strade, i ponti ed i bracci del fiume erano riconoscibili. Nell’acqua galleggiavano cadaveri dilaniati, gonfiati. Era l’inferno divenuto realtà.

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