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Tra Tarantino e Kitano, secondo voi, chi vince? La domanda se l’è posta anche Angela Cinicolo, autrice di Tarantino vs Kitano (Sovera ed., pp. 158, € 15), recentemente pubblicato; in esso, vengono analizzate e ripercorse le scelte stilistiche e tematiche che contraddistinguono i due geniali registi.
Il volume sarà presentato a Roma, domenica 24 ottobre, alle ore 19, presso AltroQuando (Via del Governo Vecchio, 80, 82, 83), libreria nota certamente a tutti i cinefili, a due passi da Piazza Navona.

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Ancora a Roma, propongo la presentazione del libro Le mie lezioni sulla dottrina del tenrikyo di Kontani Hisanori (ed. Yamaguchi, pp. 458, € 10), che si terrà martedì 21 settembre, alle 20.30, presso la libreria Aseq (via dei Sediari 10, Roma; vicino il Senato). Relatore sarà il dottor Hideo Yamaguchi. Ingresso libero fino ad esaurimento posti (60). Per qualsiasi ulteriore informazione, è possibile contattare gli organizzatori allo 06 6868400 oppure all’indirizzo info@aseq.it
<<Il Tenrikyo (天理教; Tenrikyō, letteralmente “insegnamento della ragione divina”) è una religione di origine giapponese. A fondarla fu una donna, Miki Nakayama che, dal 1838 in poi, passò attraverso una serie di esperienze rivelatorie. A partire da questa data, i suoi seguaci si riferirono a lei come Oyasama (lett. Madre Onorata). Si calcola che il Tenrikyo abbia in tutto il mondo circa 2 milioni di fedeli, di cui 1 milione e mezzo nel solo Giappone.>> (fonte: wikipedia)

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Cercando nel sito della Rizzoli un volume, mi sono imbattuta in  tutt’altro, e cioè ne Il Crocifisso del samurai di Rino Cammilleri (Rizzoli, pp. 280, € 18,50), di cui – sinceramente – ignoravo del tutto l’esistenza; vi rimando dunque alla presentazione dell’editore: 

È l’alba quando la giovane Yumiko viene prelevata dalle guardie dello Shogun e torturata pubblicamente. La sua unica colpa è essere figlia di Kayata, samurai cattolico che non ha potuto pagare le tasse alle autorità, i cui uomini ormai da anni umiliano i cristiani di Shimabara con una violenza cieca e annientatrice. Ma nonostante la miseria e il sangue fatto scorrere per fiaccare la loro volontà, gli abitanti del villaggio si raccolgono attorno al simbolo di cui nessuno può privarli: il crocifisso di Cristo. Lo stesso al quale i primi cristiani giapponesi venivano inchiodati dalle guardie dello Shogun. La violenza su Yumiko è la scintilla che spinge uomini e donne alla ribellione estrema: rifugiati nel castello di Hara si oppongono al giogo persecutorio e a un destino ineluttabile. L’assedio da parte degli uomini dello Shogun dura cinque interminabili mesi, senza cibo e possibilità di scampo, ma quel “branco di contadini”, guidati dall’Inviato del Cielo, da Kayata e dal suo discepolo Kato, resistono, aggrappandosi alla speranza incrollabile nella resurrezione. Perché solo la fede può superare ogni sopraffazione e dare linfa vitale a un popolo in lotta.
Il crocifisso del samurai, l’opera forse più ambiziosa di un autore che ha trascorso la vita a indagare la storia della cristianità, è uno struggente romanzo storico capace di toccare le corde più profonde dell’anima esplorando le radici del concetto stesso di fede. L’epica ribellione dei samurai cristiani di Shimabara nel 1637 – dopo la quale per due secoli il Giappone si chiuse a ogni contatto con l’esterno – rivive in un affresco crudo e realistico, denso di azione e di colpi di scena, che testimonia l’eroismo di chi è morto per non rinnegare il proprio credo.

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Grazie alla segnalazione della casa editrice Solfanelli, vi segnalo un volume non certo d’argomento comune, di recente pubblicazione: Il caso Aum Shinrikyo. Società, religione e terrorismo nel Giappone contemporaneo di Stefano Bonino (ed. Solfanelli, pp. 128, € 10).
Aum Shinrikyo è il nome della setta religiosa che organizzò l’attentato alla metropolitana di Tokyo del 20 marzo 1995, utilizzando il gas sarin, che uccise dodici persone e ne intossicò seimila.
Per saperne di più, vi rimando alla presentazione dell’editore:

Sostenuta da un’importante bibliografia, la storia del “caso Aum Shinrikyo” viene presentata secondo una rigorosa linea cronologica, e indagata nel contesto socio-religioso del Giappone contemporaneo.
In seguito al massiccio attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo nel marzo del 1995, l’Aum Shinrikyo si è imposto all’attenzione giapponese e mondiale come il più feroce movimento religioso terroristico nipponico.
Setta sincretista fondata sulla figura del suo leader Asahara, l’Aum Shinrikyo si è inizialmente aperto e proteso verso la società, proponendo un sentiero comune di salvezza collettiva, ma finendo per chiudersi in se stesso in seguito ad una serie successiva di fallimenti.
Con l’intento di scatenare una guerra globale, non si è limitato a dirigere le proprie energie contro i suoi nemici, ma ha preso di mira l’intera società.
Mentre il racconto si sviluppa, l’organizzazione interna del movimento e la struttura esterna della società si intrecciano, si fondono e si sfumano, lasciando l’amara consapevolezza dell’intimo rapporto tra fanatismo religioso e violenza.

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Prati d’estate,
tutto quanto rimane
dei sogni dei soldati.

scriveva Basho, diversi secoli fa. A questo haiku vorrei oggi affiancare un libro, Così triste cadere in battaglia (Einaudi, 2007, pp. 214, € 15), rapporto di guerra ricostruito dal giornalista Kumiko Kakehashi, vincitore del premio per la saggistica Soichi Oya. L’editore ne parla così:

La storia del generale che osò dire al suo imperatore: «è triste cadere in battaglia», rifiutando l’apologia del suicidio kamikaze. La storia di un uomo che non voleva fare la guerra, destinato a organizzare la piú spietata e caparbia resistenza all’invasione di un lembo di terra patria da parte di forze americane immensamente superiori. La storia corale di un intero esercito che sprofonda letteralmente sottoterra in condizioni di vita impensabili, e resiste oltre ogni immaginazione, lontano dalle famiglie e da ogni possibilità di soccorso. Una ricostruzione storica avvincente e rigorosa a un tempo, che fissa nella memoria i giorni di Iwo Jima, già oggetto di un recente film-capolavoro di Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima, ispirato appunto a questo libro. Nel mese di giugno 1944, con le forze giapponesi in arretramento ovunque sotto l’offensiva americana, il generale Kuribayashi assume il comando della difesa di Iwo Jima, avamposto di territorio giapponese che, se occupato, sarebbe diventato scalo dei bombardieri per l’invasione del Giappone. «Se l’isola su cui mi trovo sarà catturata, – scrive Kuribayashi alla famiglia, – la terra giapponese sarà bombardata giorno e notte». Questo libro ricostruisce l’intera storia della difesa dell’isola organizzata da Kuribayashi. Iwo Jima doveva cadere, secondo le previsioni americane, in pochi giorni: resistette invece per un mese e mezzo, e il libro di Kakehashi Kumiko riesce letteralmente a disseppellire, senza partigianeria e in uno stile asciutto che ha la forza dell’epica, l’autentica memoria di quei giorni. Un libro che ci permette di guardare la storia «dal punto di vista del nemico»: un modo per distruggere una volta per tutte l’idea stessa di nemico. Un libro infine che fa riflettere su un problema sempre attuale: dove finisce il vincolo che lega un militare all’obbedienza, in presenza di una situazione ingiusta?

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Leggo sul blog di Bea che Murakami non esclude la possibilità di un quarto volume per la sua serie 1Q84; potrebbe trattarsi di un sequel o di un prequel, ma neppure l’autore sembra avere le idee molto chiare in proposito.
Per ulteriori notizie, vi rimando alla notizia riportata da Bea; se invece avete voglia di saperne di più su 1Q84, leggete qui e qui.

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Per cercare di rinfrescare questa afosa giornata estiva, oggi vi propongo un volume fresco di stampa, dall’ottimistico titolo Un bel giorno per rimanere da sola (Salani, pp. 142, € 13) di Aoyama Nanae, vincitrice del premio  Akutagawa. L’editore lo presenta così:

Chizu ha vent’anni e si è appena trasferita a Tokyo per decidere che cosa fare della sua vita. Non ha molta voglia di continuare a studiare e trascorre le sue giornate tra lavoretti precari e un fiacco rapporto con un coetaneo molto più interessato ai videogiochi che a lei. A Tokyo è ospite di un’anziana amica di famiglia, Ginko, sulla quale Chizu rovescia la sua rabbia. Tanto Chizu è cinica e sprezzante, quanto Ginko è ottimista e fiduciosa. Ma un anno di (difficile) convivenza farà cambiare molte cose, e mentre i rapporti sentimentali di Chizu falliranno, Ginko si aprirà a un amore che, seppur tardivo, si rivelerà solido e felice. E Chizu imparerà a vivere proprio dalla donna che tanto disprezzava…
Caso letterario in patria, uno romanzo di formazione che rovescia ogni stereotipo sui rapporti intergenerazionali, raccontando in modo originale la contrapposizione gioventù e vecchiaia: l’età è certezza di serenità e di vero godimento della vita.

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A tutti coloro che hanno amato Leggero il passo sui tatami o Nel Giappone delle donne, consiglio di leggere questa intervista ad Antonietta Pastore realizzata da Paola Zoppi per il sito dell’European school of translation.
Questo il link:
http://www.e-schooloftranslation.org/2010/05/intervista-ad-antonietta-pastore/

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Appena ho letto il titolo e visto la copertina, ho pensato: ecco, questo è un libro da spiaggia. Non nel senso sprezzante della parola, ma intendendo una lettura piacevole e non particolarmente impegnativa. E poi il formato tascabile trova sempre posto nello zaino da trekking o nella borsa da spiaggia.
Il volume in questione (così svelo l’arcano) è Il calligrafo (ed. Tea [ma potreste trovarlo anche nella vecchia edizione Longanesi], pp. 376, € 8,50; illustrato) di Todd Shimoda, nippoamericano di terza generazione e ricercatore nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
The Fourth Treasure (Il quarto tesoro) – questo il titolo originale – si sviluppa in tre diverse epoche e due città: da un lato, abbiamo la Berkeley contemporanea, in cui vive una studentessa di neuroscienze appassionata di shodô (il sentiero artistico-spirituale della calligrafia); dall’altro, troviamo la Kyoto degli anni Settanta e quella della metà del XVII sec., teatro d’amori e lotte che ruotano attorno al mondo dello shodô.
A voi uno stralcio del libro:

I N T E R L U D I O
Foglie cremisi/ che cadono

NOVEMBRE 1975, KYOTO, GIAPPONE

KIICHI SHIMANO, il sensei capo della Scuola di calligrafia Daizen, gettò uno sguardo fuori del suo studio, nel giardino. La brezza autunnale aveva strappato dall’acero le foglie cremisi e le aveva sparpagliate sul terreno ricoperto di muschio, creando un motivo che era casuale, e tuttavia possedeva un forte equilibrio e un ritmo vivace. Così facile per la natura, così difficile per l’artista. La differenza deve risiedere nel fatto che l’artista crea con il pensiero e i sentimenti. La natura crea la sua arte senza nessuna delle due cose e obbedisce solo a poche semplici regole – la gravità, la forza del vento, il cambiamento delle stagioni – in infinite combinazioni.

Il sensei Daizen prese il pennello da calligrafo mentre si concentrava sul kanji per «cremisi». La parola era parte di una poesia che aveva appena iniziato:

Foglie cremisi
che cadono…

Doveva riconoscere che non era un granché come poesia.

Non aveva tempo per scrivere poesie migliori, non da quando era stato nominato ventinovesimo sensei capo della scuola Daizen, qualche mese prima. Programmare le lezioni, assegnare gli studenti agli insegnanti della scuola, giudicare le gare, occuparsi delle finanze: questi erano alcuni dei molti doveri che aveva ereditato quale sensei Daizen. E c’erano le interviste, l’ultima aveva avuto luogo proprio quella mattina, per un programma mattutino in diretta da una stazione televisiva di Osaka. L’intervistatrice, sebbene entusiasta (fin troppo a tratti) sembrava interessata solo agli aspetti superficiali dello shodo: “Che tipo di pennello usa? Dove si procura l’inchiostro? Con che frequenza si esercita? Per “quanto tempo?” Esaurito il suo repertorio, gli aveva chiesto l’età e, quando lui aveva risposto, lo aveva battezzato “Giovane Sensei”, aveva trentaquattro anni – quindici o venti in meno del solito per un nuovo sensei capo – ed era il secondo più giovane sensei Daizen. Il più giovane era stato il samurai Sakata, il quindicesimo sensei capo, conosciuto come il padre dell’era attuale, quella della callìgrafia giapponese competitiva.

L’ultima domanda della giornalista era stata: come pensa di comportarsi il Giovane Sensei nel prossimo Concorso Daizen-Kurokawa?

La giornillista si riferiya alla gara tra la sua scuola e la Scuola di calligrafia Kurokawa. Il sensei Daizen aveva previsto la domanda e aveva preparato una breve storia del concorso nel caso che la giornalisia gliel’avesse chiesto: nel 1659, Sakata e il fondatore della scuola Kurokawa diedero inizio al Concorso di calligrafia Daizen~Kurokawa, tutttora il più pretigioso del Giappone. Tenutosi da allora ogni tre anni, serviva ad assicurare che le due scuole mantenessero il loro primato.

Il sensei Daizen aveva risposto che non sapeva che risultato avrebbe ottenuto, ma si sarebbe impegnato a fondo per fare del suo meglio.

Sperava che l’intervistatrice gli chiedesse perché la calligrafia, se praticata in modo corretto, è intrisa di potere spirituale. Voleva che gli chiedessè perché è necessario dedicare alla calligrafia tanto esercizio persino per raggiungere risultati mediocri.

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Lo ammetto: il titolo mi ha tratto in inganno. Forse troppo ingenuamente mi aspettavo che, al centro di quest’opera, ci fosse il Giappone. E invece no.
La nave per Kobe (Rizzoli, pp. 176, € 8) di Dacia Maraini raccoglie diverse pagine tratte dai diari della madre dell’autrice, redatte per lo più nel Sol Levante, intervallandole con numerosi excursus sulla vita familiare e il passato dei Maraini. Nel 1938, il grande etnologo Fosco Maraini si trasferì  nel Sol Levante per ragioni di studio con la famiglia; qui, nel 1943, non avendo voluto giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, fu rinchiuso con moglie e figlie in un campo di concentramento.
Poiché avevo iniziato questa lettura convinta di avere davanti un testo che mi avrebbe descritto la situazione nipponica degli anni ’30-40, sono rimasta piuttosto delusa dalla superficialità con cui la questione è stata trattata. Riguardo al Giappone e a temi affini vien detto ben poco (gli Ainu vengono pure canzonati); grande spazio è invece riservato ad argomenti di tutto rilievo quali le simpatie alimentari della signora Maraini, le malattie avute da lei e le sorelle, eccetera eccetera. Inoltre, ho trovato insopportabile la tendenza della scrittrice a porre sempre in primo piano con nonchalance le sue conoscenze celebri (quali l’amico Pier Paolo Pasolini,  l’amica Maria Callas, il compagno Alberto Moravia).
In conclusione: La nave per Kobe è una lettura più per “marainiani”, interessati a conoscere tutto sulla scrittrice, piuttosto che per nippofili.

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