Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘haiku’

Quest’oggi voglio accennarvi ad un libro poco noto in Italia: L’eleganza è frigida di Goffredo Parise. L’opera, scritta qualche decennio fa, è stata riproposta l’anno scorso da Adelphi (pp. 119, 12 €). A metà strada tra la narrazione, la saggistica e il reportage, essa ci presenta il punto di vista di Marco (alter ego dell’autore), novello Marco Polo, alla scoperta del Giappone e delle sue peculiarità.

Goffredo Parise

Goffredo Parise

Vi lascio con una recensione di Giovanni Mariotti apparsa sul Corriere della sera (3 aprile 2008):

Tra settembre e ottobre del 1980 Goffredo Parise trascorse in Giappone due mesi che più tardi avrebbe definito «forse i più belli e felici della mia vita». Gli articoli nati da quel viaggio apparvero sul Corriere fra il gennaio del 1981 e il febbraio del 1982 e, alla fine di quell’ anno, in un volume Mondadori che si lascia ricordare anche per la bella scelta di immagini. Ora, a più di un quarto di secolo, quel reportage, esempio (raro nella nostra epoca) di pellegrinaggio estetico, è riproposto da Adelphi. Titolo: L’ eleganza è frigida. Ecco una sentenza (mutuata dal poeta Saito Ryokuu) che istintivamente sentiamo vera. Frigida è l’ eleganza… cioè orfana «della passione dei sensi». Ogni eccesso di forma e artificio e controllo soffoca la sensualità (basti pensare a quanto siano anerotiche le sfilate di moda). Sensualità che spesso, invece, balena irresistibile in ciò che è scomposto, involontario, inelegante. Tuttavia, nel classico Libro d’ ombra, il grande scrittore giapponese Tanizaki interpreta la sentenza di Ryokuu in una maniera sensibilmente diversa, e singolare. Parlando dei gabinetti giapponesi tradizionali, discosti dalle case, osserva che «non è comodo andarci di notte, e nei mesi freddi si rischia di buscare un raffreddore»; però è anche vero che «l’ eleganza ama il freddo, e dunque la temperatura dei gabinetti, pressappoco uguale a quella esterna, può essere intesa come un tocco di raffinatezza in più». Qui l’ eleganza non è più connessa con lo stile «formale» della tradizione giapponese, ma con la gelida aria delle notti invernali. Manifestai, forse con un po’ di pedanteria, qualche perplessità sul reale significato della frase di Ryokuu in un articolo scritto quando il libro uscì in prima edizione; e Parise mi rispose con una lettera lunga e generosa. Quel titolo, ammetteva, era frutto «di non poche ricerche e dubbi. Ma alla fine è rimasto quello che avevo concepito in Giappone e che del resto avevo trovato nell’ edizione inglese di Libro d’ ombra, «the elegance is frigid», che mi era parso il più comprensivo di elementi». Giustificazione impeccabile: giacché la parola italiana «frigidità» connette due idee, l’ insensibilità al piacere sessuale e una temperatura rigida. Ricordo le acque chiare e freddissime di un torrente delle Apuane: il Frigido. Forse, se la civiltà giapponese ci appare così raffinata e così strana, è perché porta dentro di sé il sentimento dell’ inverno e delle sue costrizioni. Esiste una bella parola che mi sembra convenire più di ogni altra all’ idea giapponese di eleganza: «assiderata». Non sarà un caso se, come nota Parise, nelle case giapponesi i termosifoni diffondono un calore assai più attenuato dei nostri, e talvolta mancano del tutto. Vi è un episodio molto grazioso, nelle prime pagine de L’ eleganza è frigida. Il protagonista (scrivo così perché Parise, o per pudore o per adeguarsi alle distanze e ai formalismi del Paese che visita, racconta le proprie emozioni attraverso il lieve velo di un nome non suo e della terza persona) ha trascorso la prima notte a Tokio nell’ ambasciata del suo Paese, che chiama il «Paese della Politica» (ed è naturalmente l’ Italia). «Il mattino dopo alle otto in punto sentì bussare ed entrò Uji-san, il domestico che aveva intravisto la sera arrivando, con il vassoio della colazione…. Gli chiese com’ era il tempo. “Bellissimo” fu la risposta e, così dicendo, con un gran sorriso per prologo, Uji-san tirò le pesanti cortine. Piovigginava, un’ acqua molto sottile spruzzava invisibile il grande prato del giardino con il suo lago popolato di carpe rosse, gialle, arancioni e dove nuotavano due grandi anatre bianche». Per gli occidentali una giornata «bellissima» esige un cielo di un azzurro impeccabile, il sole, la libertà di uscire. Ma può essere «bellissima» da guardare anche una giornata dai colori ambigui e velati. Dai grigi elegantissimi. Con piccole piogge e passaggio di nuvole vagabonde. Persino un po’ fredda. Un po’ impedita. È l’ insegnamento del domestico dell’ ambasciata. Venuto dal «Paese della Politica», il viaggiatore di Parise assorbe quella lezione. I tesori del Paese dell’ Estetica lo incantano. Il magro Buddha bambino del tempio di Koriuji, il giardino Zen di Roianji (che suscita nel visitatore «la più grande emozione estetica della sua vita»), la lettura sulla riva di un laghetto del più celebre haiku di Bashô («Nel vecchio stagno / una rana si tuffa: / Il rumore dell’ acqua») rapiscono i suoi sensi avidi ed estatici. Ma è soprattutto negli oggetti d’ uso tradizionali, nei gesti, in certe minime ritualità, in un nodo ad asola intorno a un alberello, che gli appare l’ oscura potenza dell’ estetismo. Un estetismo che è una disciplina… e quasi una camicia di forza. Aver piegato la vita quotidiana alle esigenze della bellezza è senza dubbio l’ impresa più singolare della civiltà giapponese, e il segreto della sua irradiazione. Anche l’ Occidente, si sa, vagheggia oggetti belli e dalle forme pure (è il cosiddetto design). Ma l’ incanto si disperde se, come accade, finiscono nel contesto di una quotidianità sguaiata. Quello che manca al Giappone, così com’ è descritto ne L’ eleganza è frigida, è l’ espressione diretta e spontanea dei sentimenti. Che tuttavia affiorano, attraverso silenzi, rossori, elusioni. Parise coglie, con grazia, precisione e a tratti un po’ d’ ironia, queste manifestazioni di una soffocata emotività… il segreto avvampare delle emozioni dietro le cerimonie di un popolo «assiderato». Di timidi. Resta in sospeso (lo restava quando il libro apparve la prima volta, e lo resta oggi) la questione se tutto ciò sia destinato a scomparire, o se invece sia in grado di assorbire e rielaborare in forme originali ogni sorta di influenze esterne. Questo dubbio niente toglie allo sconcerto di chi, abituato a una volgarità chiassosa, scopre le persistenze di uno stile di vita che ha la pazienza e la precisione di certi lavori invernali (parlo di inverno… e, ricordando un bellissimo film di Claude Sautet, mi verrebbe da aggiungere che probabilmente si tratta anche di un «inverno del cuore»). Per Parise, come il suo libro mostra, lo sconcerto si tramutò in innamoramento. […]

Annunci

Read Full Post »

techie_haiku
Girovagando qua e là su internet, ci si può imbattere in  concorsi di haiku alquanto particolari: è il caso del Techie Haiku Contest, promosso dal sito ThinkGeek, specializzato nella vendita di oggetti “geek“, tecnologici e fantasiosi. Per gareggiare, la composizione deve rispettare questi semplici principi:

  • Your Haiku MUST be geeky and/or infused with a technological bent.
  • We’ll accept anything (because we don’t have an imperfect Haiku filter…YET!), but what we are mostly looking for are Haiku that meet the criteria above and also any of the following:
    • Convey a complex technology truism into seventeen flowing syllables
    • Take a mundane, prosaic techie activity and through poetry show us some simple humor
    • Relate to current events in the technology world
    • Catch our eye at the perfect angle! (which means everybody should try, our eyes are all over the place)

L’haiku deve quindi trattare un argomento tecnologico d’attualità oppure geek; ma forse è  l’ironia l’elemento più importante per conquistare il premio: un buono da cinquanta dollari spendibile nel sito.
In bocca al lupo! 😉

Read Full Post »

goshu

La locandina dell'anime "Goshu il violoncellista"

Mea culpa, sinora mi sono dimenticata di citare una piccola casa editrice milanese di qualità, La Vita Felice, che ha nel catalogo diverse proposte interessanti per nippofili e “haikufili” come me.
Nella sua collana Labirinti possiamo infatti trovare gli Haiku scelti di Issa, le Poesie di Basho, le Poesie di Ryokan, i Canti dell’eremo di Saigyo, disponibili anche in un apposito cofanetto (I capolavori della poesia zen).
Fa invece parte della collana Il piacere di leggere una piccola gemma quale Il violoncellista Goshu e altri scritti di Miyazawa Kenji, con testo giapponese a fronte, da cui è stato tratto l’anime Gonshu e il violoncellista (Sero hiki no Goshu) con la regia di Isao Takahata.
Buone letture e… buona visione!

Read Full Post »

17sillabeOggi la mia attenzione è puntata sull’Avagliano editore, un’altra casa editrice presente alla fiera della piccola e media editoria di Roma Più libri più liberi, ma soprattutto su un suo libro, pubblicato all’inizio dell’anno, e purtroppo ancora poco conosciuto: Diciassette sillabe di Yamamoto Hisaye (p. 268, 15 €).

Ad un haiku, il componimento poetico della tradizione giapponese, bastano diciassette sillabe per descrivere un universo. Per i racconti della Yamamoto è lo stesso: poche pagine di mirabile concisione, un’economia espressiva che gioca col riserbo e il non detto per narrare le storie straordinarie di personaggi comunissimi. Vicende apparentemente tranquille, in cui i protagonisti tengono sotto controllo le emozioni, fino al punto in cui un piccolo dettaglio causa la rottura, e le passioni deflagrano lasciando ferite indelebili. E spesso a narrare le vicende sono i bambini, osservatori impotenti di un mondo di adulti che all’improvviso li sconvolge. I racconti della nippo-americana Yamamoto risuonano del complesso conflitto di culture che ha investito i giapponesi immigrati negli Stati Uniti: come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, nel quale il matrimonio dei coniugi Hayashi fallisce perché la moglie, una donna colta che ha sposato per procura un contadino giapponese solo per trasferirsi in America, una volta giunta nel nuovo paese non riesce più a sottostare alle rigide regole patriarcali della famiglia giapponese. La Yamamoto racconta anche il razzismo strisciante dell’America a partire dagli anni Quaranta, quando dopo Pearl Harbour i giapponesi immigrati erano visti come nemici e confinati in campi di internamento. Storie sospese tra Oriente e Occidente, che parlano di discriminazione, della perdita d’identità e dei difficili percorsi di integrazione in un paese che fatica ad accettarti. Per la prima volta tradotti in italiano, i racconti della Yamamoto rivelano una grande autrice di short stories, accostata dalla critica statunitense a Henry James, Kate Mansfield e Grace Paley. (tratto dal sito dell’editore)

Per ora -mea culpa- ho trovato il tempo di leggere solo i primi brani della raccolta, ma confermo appieno il giudizio qui sopra.  In attesa di trasformarmi nella signora Hayashi per via della mia (insana) passione per gli haiku, vi saluto e vi auguro buone letture. 😉

Read Full Post »

Scheda tratta da ibs.it: "Il dito e la luna"
Titolo: Il dito e la luna. Racconti zen, haiku e koan
Autore:
Alejandro Jodorowsky
Pagine:
173
Case editrice:
Mondadori
Anno:
2006
Prezzo:
11 euro


Nel 1961 Alejandro Jodorowsky ha seguito in Messico gli insegnamenti del maestro zen Ejo Takata che era solito raccontare storie che Jodorowsky annotava pazientemente nei suoi taccuini. In queste pagine l’autore
raccoglie sessanta di quei racconti commentandoli e svelando il significato profondo nascosto in ciascuno di essi. Queste storie, haiku e koan della più classica tradizione zen rendono il discepolo capace di guardare oltre il dito,
e ammirare direttamente la bellezza della luna.

Il mio giudizio
Belli -come di consueto- i racconti zen e i koan (frasi paradossali o storie utili per giungere alla consapevolezza dell’illuminazione), mentre è sinceramente brutta la sezione dedicata agli haiku. Il problema del libro però è un altro: il signor Jodorowsky. Forse credeva di dover scrivere una sorta di Zen for dummies, e così ha pensato bene di mettere insieme 30 g di buddhismo, un pizzico di psicoanalisi terra terra ed una buona dose di faciloneria didascalica: il Nostro, infatti, gongola nei panni del maestrino.
E poiché il lettore probabilmente non è in grado di cogliere le sottigliezze del buddhismo, l’autore si sente in diritto di banalizzare ogni concetto e di ripeterlo decine di volte, appiattendolo terribilmente e utilizzando la fragile giustificazione che, per lo zen, più che comprendere, si deve accettare. Inoltre, per una qualche insopprimibile urgenza autobiografica riempie gli spazi vuoti con citazioni abbastanza discutibili o aneddoti – quasi sempre inutili – tratti dalla sua vita.
Alla fine del libro, è inevitabile domandarsi quanto si sia riusciti ad entrare nello spirito buddhista e, soprattutto, se Jodorowsky abbia bisogno di un bel ripasso, come chiunque faccia sfiorire la bellezza dello Zen per far brillare se stesso.

Read Full Post »

Mettiti alla prova con questo test.

Read Full Post »

« Newer Posts