Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘giapponese’

Aggirandomi in libreria, quest’oggi ho scoperto un’interessante novità: a marzo è infatti uscito in libreria, presso i raffinati tipi dell’Adelphi, Ricordi di mia madre di Inoue Yasushi (pp. 150, € 17). Purtroppo non ho avuto modo neppure di leggerne una riga; vi allego, però, la presentazione dell’autore.

«Mia madre dava l’impressione di essere un meccanismo rotto. Non era malata, ma una parte di lei aveva ceduto… Le parti integre e quelle compromesse si mischiavano di continuo ed era arduo distinguerle. Nonostante fosse afflitta da una notevole mancanza di memoria, vi erano particolari che ricordava perfettamente». Così leggiamo in questi Ricordi di mia madre, in cui Inoue cela, con pudore, il suo lato più intimo e dolente. E non possiamo non ascoltare partecipi quella voce che ci spiega come la donna «avesse incominciato a cancellare a ritroso, con una gomma, la lunga linea della sua vita», del tutto inconsapevolmente, «perché a tenere in mano la gomma era quell’evento ineluttabile che è la vecchiaia». Vecchiaia su cui Inoue ci offre, con quest’opera in tre tempi, pagine fra le più intense che abbia mai scritto, dove riesce a trovare la misura perfetta, con una delicatezza di tratto che nulla concede all’effusione sentimentale, per raccontare un lento congedo, raffigurare angosce primordiali ed evocare immagini che si incidono nella memoria. Come quella dell’anziana donna che – con una lampadina tascabile in mano – vaga di notte nella casa del figlio, senza che sia possibile sapere se ora, nella sua mente, lei è la madre alla disperata ricerca del bambino perduto o la bambina smarrita in cerca della mamma.

Annunci

Read Full Post »

Per maggio, è prevista l’uscita del romanzo di Ito Ogawa Il ristorante dell’amore ritrovato (traduzione dal giapponese di G. Coci, Neri Pozza, pp. 224, € 15,50). Ad essere sinceri, il nome fa pensare molto a un Harmony, ma, leggendo la trama, si ha più l’impressione di trovarsi davanti ad una sorta di equivalente nipponico di Chocolat.
Per farvi un’idea della storia, vi consiglio di leggere la presentazione dell’editore:

Ringo, una ragazza che lavora come cameriera in un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa con l’intenzione di approntare una cena succulenta per il suo fidanzato straniero con il quale convive da un po’.
Con suo sommo sgomento scopre però che la casa è completamente vuota: i mobili spariti, i suoi oggetti scomparsi, il fidanzato svanito nel nulla. L’abbandono del fidanzato e la desolante vista della casa vuota le provocano un trauma così violento da farle perdere la voce.
Disperata, Ringo perviene a una decisione drastica: tornare al villaggio natio, da cui manca da oltre dieci anni.
Nel paesino fra i monti dove vive la madre, che gestisce un piccolo bar, Ringo ritrova a poco a poco i ricordi dell’infanzia e la forza di vivere, soprattutto quando si imbatte in Kuma, un vecchio maestro delle elementari, che le suggerisce di aprire un ristorante, vista la sua passione per la cucina.
Con il denaro prestatole dalla madre, Ringo pensa di aprire il ristorante “Lumachino”, una taverna particolare che ospiterà solo una coppia al giorno e offrirà un menu pensato in base alle caratteristiche degli ospiti di turno.
Dopo circa sei mesi si aprono finalmente i battenti del “Lumachino”: i primi due clienti sono lo stesso Kuma e una vedova del villaggio. Sulla tavola, in un tripudio di colori, odori e bontà senza pari, si alternano piatto gustosissimi che attingono alle cucine più famose: giapponese, italiana, cinese e francese su tutte. L’indomani, la vedova, che vestiva di solito a lutto, passeggia con indosso uno sgargiante cappotto rosso e con un cappello a tesa larga, e il suo atteggiamento schivo ha lasciato spazio a una marcata allegria. La medesima cosa accade a tutti i clienti del ristorante: una ragazza riesce a far innamorare di sè l’ex compagno di classe che l’aveva sempre ignorata, una coppia gay dichiara felicemente al mondo il proprio amore, un arido proprietario terriero si trasforma in un gentiluomo e così via. In breve, la notizia della megia del “Lumachino” si diffonde in tutto il circondario, e il successo è così garantito, poichè tutti vogliono sedersi alla tavola dell’amore ritrovato.

Intitolato Shokudo Katatsumuri, è apparso a febbraio in Giappone il film basato sul romanzo. Interpretato da Kou Shibasaki e Kimiko Yo, due star del cinema giapponese, il film sta ottenendo uno straordinario successo. [qui a lato, una foto della protagonista]

Read Full Post »

Oggi un ritratto delle controverse scrittrici Yu Miri, nota in Italia per Oro rapace, e Iijima Ai, autrice di Platonic Sex, deceduta in circostanze poco chiare nel 2008.  L’articolo è di Claudia Bonadonna ed è tratto da RaiLibro.

Giovane, famosa e pericolosa. In poco più di trent’anni di vita la  scrittrice nippo-coreana Yu Miri ha conosciuto più successi e rancori di una rockstar. Cresciuta in una famiglia altamente disfunzionale, tra un padre giocatore, una madre entraîneuse e una sorella pornodiva, ha collezionato una ragguardevole serie di tentati suicidi e di spettacolari espulsioni scolastiche prima di trovare consolazione nella scrittura. Kazoku shinema è il romanzo altamente autobiografico che l’ha portata alla ribalta all’incirca quattro anni fa, facendole guadagnare il più alto riconoscimento letterario giapponese, il prestigioso premio Akutagawa, e una ridda di critiche intorno al violento sarcasmo con cui fustiga le rigidità e i razzismi della cultura nipponica (tutti patiti e pesantemente ribaditi sulle sue spalle di immigrata coreana e di donna). La vis polemica di, Oro rapace (Feltrinelli 2001), non l’aiuterà certo a rinunciare alla scorta che, in seguito alle numerose minacce di morte giunte al suo indirizzo, da circa un anno l’accompagna nei tour promozionali.

Il paradosso è che la prosa di Yu Miri ha una placidezza quasi zen, matematica addirittura, mentre elenca con rigore scolastico nefandezze e straniamenti. Così il piccolo Kazuki – quattordici anni portati con impazienza e livore – ucciderà suo padre, un dispotico e facoltoso proprietario di pachinko, con pochi colpi di spada e assisterà glaciale allo spargimento di sangue e umori. Non una sorpresa, certo, avendo il ragazzino vissuto fin da subito una vita deprivata di affetti e calore familiare. La madre è una figura sfumata che si è da tempo allontanata dalla ricchezza maledetta del consorte, la sorella vive in un universo parallelo fatto di frivolezze firmate e prostituzione, il fratello maggiore, l’amato Koki, è condannato alla minorazione mentale e alla morte da una rara malattia genetica. Kazuki ha brama di crescere e del potere che il denaro può comprare. L’omicidio gli appare l’unica scorciatoia praticabile. Per un po’ il gioco riesce, grazie anche alle cure materne della dolce fidanzatina Kyoko. Poi la realtà ha la meglio sull’artificio domestico e Kazuki, pressato dai sospetti della polizia e dai saggi consigli del nuovo padre che si è scelto, il vecchio yakuza Kanamoto, si appresta a confessare. E mentre il cerchio si chiude non possiamo fare a meno di spendere qualche lacrima per questo piccolo eroe antipatico, rotellina impazzita nell’ingranaggio titanico e rapace della società giapponese. Più che un monito, una speranza alienata.

Non è da meno di Yu Miri – se non per talento narrativo quantomeno per fama mediatica – Iijima Ai, classe 1973, bollente protagonista di centinaia pellicole hard, poi pornodiva pentita (ha abbandonato la carriera ad appena ventitré anni) e oggi casta e acclamatisima diva della tv nipponica. Platonic Sex (Rizzoli 2004) è la sua autobiografia-scandalo, best seller in pochi mesi in tutte le classifiche di vendita dei paese asiatici, oggetto di culto per migliaia di adolescenti e presto anche un film firmato dalla celebre cineasta giapponese Masako Matsuura.

Ai ha quindici anni appena e il più completo disinteresse nei confronti delle “istituzioni” che reggono il sistema dei valori tradizionali: famiglia e scuola. Ha già consumato notti d’amore col suo ragazzo in uno dei tanti “love hotels” che lambiscono i quartieri bene della capitale giapponese, salta le lezioni, fa shopping sfrenato per le vie trendy di Shibuya, aspetta l’alba tra karaoke e discoteche. In lei non c’è alcuna dichiarazione d’alterità, immersa com’è nella consuetudine del divertimento, la sua è un’inconsapevole resistenza passiva. Colpita dal padre in un eccesso di collera, Ai fugge di casa e intraprende la sua ascesa all’empireo del sesso a pagamento: hostess in un night club, prostituta d’alto bordo, infine attrice di film a luci rosse.

Benvenuti nel sorprendente “Impero dei sensi” delle adolescenti nipponiche, dove l’innocente logo del gattino di Hello Kitty può finire ad ornare accessori di piacere solitario, perché sensi e segni, usi (del proprio corpo) e consumi voluttuari si rincorrono lungo il circuito di una macchina produttiva ingolfata, sempre sull’orlo di una crisi fatale della domanda. Iijima Ai fa finta di nulla circa i risvolti sociologici della sua prosa e si racconta come in una confessione: i contrasti con la famiglia, il risveglio del corpo, la scoperta del sesso come strumento commerciale, l’ossessione per il denaro, la rincorsa insaziabile al divertimento. Fino all’estenuazione, alla consumazione (totale e in un certo senso malinconica) dell’ultimo briciolo di coscienza… che forse reclama dolorosa limpidezza e ordine in mezzo ad una travagliata instabilità emotiva. Eppure, malgrado la crudezza delle situazioni e l’estremismo di certe scelte, Platonic Sex scorre leggero e accattivante (col suo sapiente mix di tecniche di marketing all’incrocio tra scrittura, televisione e nuovi media) nella naturalezza del suo linguaggio esplicito e nella nudità sentimentale della sua prosa. Circa la succitata rappresentatività verso le esigenze di una generazione poco paziente, l’autrice declina ogni merito. Il suo è solo un diario scritto con la maturità del poi che nasce oggi dalle ceneri del suo stesso passato a reclamare un nuovo futuro.

Frattanto altre si scaldano a bordo campo. Yamada Eimi, Shungiku Uchida, Rieko Matsura vellicano il segmento di marketing più coccolato dall’industria della moda, il cosiddetto “branchetto rosa”: quella fascia generazionale di giovani donne che rimanda indefinitamente il suo ingresso nell’età adulta ed estende l’adolescenza fino alla soglia della mezza età nel tentativo di scampare al destino annichilente delle generazioni precedenti. A loro, queste scrittrici della nuova onda che mischiano spregiudicatamente marketing letterario e nuovi media, restituiscono l’autoritratto di una donna scaltra e spregiudicata fino alla soglia della crudeltà, che alle sofisticate arti della geisha ha sostituito la dimestichezza con la tecnologia.

Read Full Post »

Dopo il precedente post sulla musica giapponese, per proseguire il filone artistico, giunge il momento della pittura. Protagonista è il volume Otama. Dal Sol Levante all’isola del sole. Una pittrice giapponese in Sicilia dal 1882 al 1933 (ed. italiana e giapponese) di Fabio Olivieri (ed. Krea, pp. 64, € 10), in cui viene  narrata la storia dell’artista Kiyohara Otama (nota anche come Eleonora Ragusa e Otama Ragusa).
Nata nel 1861 a Tokyo
, Tama sin dall’infanzia si consacrò a studi artistici; a diciassette anni posò per Vincenzo Ragusa, scultore, divulgatore di tecniche artistiche occidentali e suo futuro marito, e con lui nel 1882 si trasferì in Sicilia. Insieme diedero vita ad interessanti progetti culturali e favorirono la conoscenza del Sol Levante in Italia. La loro collezione di oggetti nipponici è ospitata presso il museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma (ve lo consiglio caldamente).

Read Full Post »

Pe rallegrare questa Pasquetta che, almeno qui, è velata dalle nuvole e freddina, il libro presentato oggi riguarda la musica giapponese contemporanea, fuori dai soliti schemi. Il suo nome è Concerto in Sol levante. Musiche e identità in Giappone (Casadeilibri, pp. 160, € 16) e l’autore è David Santoro, collaboratore di diverse testate giornalistiche.

Intoccabili, nippobrasiliani, rappers di Tokyo e di Okinawa, giovani musicisti in fuga dalla logica di mercato, artisti gruppi sociali e popolazioni che fanno della musica uno strumento di affermazione e resistenza culturale.
Questi sono solo alcuni dei protagonisti di Concerto in Sol Levante, un libro per scoprire la storia e la realtà del Giappone moderno attraverso la musica e sfuggire ai nostri pregiudizi. Un racconto attraverso le parole dei protagonisti che mostra lo stretto legame fra tradizione e ibridazione e come nella cultura l’incontro prevalga sulla separazione.

Read Full Post »

Mentre girovagavo qua e là per la rete, ho scoperto con piacere che una settimana fa è uscito un nuovo romanzo di Mishima, A briglia sciolta (Feltrinelli, pp. 432, € 14).
Questa la presentazione tratta dalla quarta di copertina:

Giappone 1932-1933: sono anni di crisi in cui vengono compiuti una serie di attentati da parte di gruppi estremisti. Honda Shigekuni, che avevamo già incontrato in Neve di primavera, ricompare come protagonista in questo secondo episodio della tetralogia di Mishima nelle vesti di giudice della Corte di appello di Osaka. Ha compiuto trentotto anni, da dieci anni è sposato con la mite Rie, da cui non ha avuto figli, e conduce una vita tranquilla e abitudinaria. Un giorno però gli capita di presenziare a un torneo di kendo e fa la conoscenza di Isao linuma, che per Honda è la reincarnazione dell’aristocratico compagno di scuola Kiyoaki Matsugae, la cui morte aveva segnato per lui la fine della giovinezza. Isao è il figlio di Shigeyuki linuma, il vecchio precettore di Kiyoaki e ora presidente di un’associazione patriottica della destra. Suo figlio, a soli diciannove anni, è un campione di kendo, un atleta che sprigiona energia e coraggio virili ma anche un ragazzo ancora puro e ingenuo. Nonostante il turbamento e la nostalgia, Honda è felice di aver ritrovato l’amico la cui vita è avvinghiata alla sua come un bel rampicante all’albero e si sente rinato a sua volta. Isao però, cresciuto nel rispetto del codice dei samurai, cova il mito dell’intransigenza verso il potere ingiusto e corrotto che giustifica la rivolta e in caso di sconfitta prevede il suicidio. Honda cerca di metterlo in guardia dai rischi, ma Isao ormai è avviato sulla via senza ritorno della sovversione restauratrice.

Read Full Post »

Se siete stufi di raccontare ai vostri bambini la storia di Cappuccetto Rosso e quella dei tre porcellini, allora questa potrebbe essere l’occasione giusta per rinnovare il repertorio, magari iniziando da In una notte di temporale di Yuichi Kimura (Salani, pp. 64, euro 6,5;  traduzione di Paolo Volpato e illustrazioni di Simona Mulazzani).
Il nome, probabilmente, non vi dirà nulla, ma questa tenera fiaba in Giappone ha venduto un milione e trecentomila copie
Questa la presentazione : 

In una notte di temporale, una piccola capretta bianca vagava nell’oscurità. Senza pensarci un attimo si rifugiò in una capanna abbandonata sulla collina. Si accomodò in un angolo a riposare ascoltando il picchiettare della pioggia sul tetto. Ma ansimando qualcuno entrò nella capanna. Chissà chi era. La capretta drizzò le orecchie. Doveva essere sicuramente una capra. La capretta, sollevata, salutò il nuovo arrivato che, sorpreso e un po’ spaventato, rispose sgarbatamente. Ma il nuovo arrivato non era una capra, bensì un lupo. Il lupo disse “Come? Chi ha parlato? Con questo buio, non si vede un accidente”. Nel racconto tutto si svolge nel buio, ed è proprio il buio che fa scoprire ai bambini quanto siano simili nei desideri e nelle paure i due antagonisti per antonomasia. Il buio, come complice in positivo, non svelerà loro la vera identità dell’altro. Anzi, riprendendo il loro cammino al termine del temporale, si saluteranno come due buoni amici e con l’impegno di rincontrarsi il giorno dopo a mezzogiorno nello stesso posto.

Dalla storia è stato tratto un film d’animazione, あらしのよるに (Arashi no yoru ni), conosciuto in Italia come Amicinemici – Le avventure di Gav e Mei.

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »