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Posts Tagged ‘giapponese’

Il libro di oggi è un po’ particolare, ma sicuramente molto interessante per via della sua originalità e dell’ottimo materiale che propone: sto parlando di Pink Box, curato dalla fotografa Joan Sinclaire dedicato al mondo della prosituzione (maschile e femminile) e del sesso a pagamento in Giappone nelle sue forme più diverse e bizzarre. Non si tratta di un volume voyeuristico o volgare, ma di una sorta di viaggio inchiesta fotografico in questo mondo di cui tanto si parla, ma di cui poco si conosce, soprattutto in occidente.
Il libro (redatto in inglese) è pubblicato da Harry N. Abrams, Inc, conta 192 pagine, costa circa 35 dollari ed è disponibile nelle principali librerie online.
Per maggiori informazioni, potete consultare l’apposito sito http://www.pinkboxjapan.com.
(A lato: una delle immagini del libro)

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Prati d’estate,
tutto quanto rimane
dei sogni dei soldati.

scriveva Basho, diversi secoli fa. A questo haiku vorrei oggi affiancare un libro, Così triste cadere in battaglia (Einaudi, 2007, pp. 214, € 15), rapporto di guerra ricostruito dal giornalista Kumiko Kakehashi, vincitore del premio per la saggistica Soichi Oya. L’editore ne parla così:

La storia del generale che osò dire al suo imperatore: «è triste cadere in battaglia», rifiutando l’apologia del suicidio kamikaze. La storia di un uomo che non voleva fare la guerra, destinato a organizzare la piú spietata e caparbia resistenza all’invasione di un lembo di terra patria da parte di forze americane immensamente superiori. La storia corale di un intero esercito che sprofonda letteralmente sottoterra in condizioni di vita impensabili, e resiste oltre ogni immaginazione, lontano dalle famiglie e da ogni possibilità di soccorso. Una ricostruzione storica avvincente e rigorosa a un tempo, che fissa nella memoria i giorni di Iwo Jima, già oggetto di un recente film-capolavoro di Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima, ispirato appunto a questo libro. Nel mese di giugno 1944, con le forze giapponesi in arretramento ovunque sotto l’offensiva americana, il generale Kuribayashi assume il comando della difesa di Iwo Jima, avamposto di territorio giapponese che, se occupato, sarebbe diventato scalo dei bombardieri per l’invasione del Giappone. «Se l’isola su cui mi trovo sarà catturata, – scrive Kuribayashi alla famiglia, – la terra giapponese sarà bombardata giorno e notte». Questo libro ricostruisce l’intera storia della difesa dell’isola organizzata da Kuribayashi. Iwo Jima doveva cadere, secondo le previsioni americane, in pochi giorni: resistette invece per un mese e mezzo, e il libro di Kakehashi Kumiko riesce letteralmente a disseppellire, senza partigianeria e in uno stile asciutto che ha la forza dell’epica, l’autentica memoria di quei giorni. Un libro che ci permette di guardare la storia «dal punto di vista del nemico»: un modo per distruggere una volta per tutte l’idea stessa di nemico. Un libro infine che fa riflettere su un problema sempre attuale: dove finisce il vincolo che lega un militare all’obbedienza, in presenza di una situazione ingiusta?

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Spesso, quando si ama una nazione, si tende a trascurarne gli aspetti più spiacevoli o prosaici, enfatizzandone altri; in virtù di ciò, il Giappone rappresenta per molti soltanto il paradiso del sushi, popolato di geisha, robottoni e samurai.
Ma persino l’idilliaco Paese del Sol Levante, come dimostrano le cronache politiche degli ultimi giorni, ha i suoi problemi interni, più o meno gravi: di essi ci parla – con una prospettiva tutta sua – Taichi Yamada, in Una voce lontana (trad. di Emanuela Cervini, ed. Nord, pp. 192, € 13), presentato così dall’editore:

Durante l’arresto di sei clandestini provenienti dal Bangladesh, Tsuneo, un ufficiale dell’immigrazione, blocca uno degli stranieri in fuga, ma improvvisamente crolla a terra, travolto da un’irresistibile sensazione. Sembra un episodio isolato in una vita altrimenti tranquilla, ma, poco dopo, quel particolare «svenimento» si ripete. E non solo: Tsuneo comincia a sentire una voce – una voce di donna – che gli parla, lo ammonisce, gli dà consigli, gli chiede di ricordare: ricordare ciò che ha fatto durante la sua permanenza negli Stati Uniti, quando lui stesso era un clandestino. In breve tempo, quella voce diventa l’unica cosa veramente importante. Tsuneo abbandona il lavoro, la fidanzata e qualsiasi impegno sociale, e si getta anima e corpo nel tentativo di capire che cosa voglia da lui la voce. Uno slancio che farà emergere tutto il dolore sopito nel suo passato e che gli aprirà gli occhi su un mondo che lui non ha mai voluto vedere né ascoltare…

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Dopo un lungo periodo di diffidenza reciproca, la fantascienza e io stiamo lentamente imparando a conoscerci. Per questa ragione, e per via dei soliti casi fortuiti, il libro di oggi è La leggenda della nave di carta. Racconti di fantascienza giapponesi (Fanucci, 2002, € 12,90), curato da Carlo Pagetti.
L’antologia raccoglie testi dagli anni ’60 ai ’90; sono presenti autori del calibro di  Ryo Hanmura, Shinichi Hoshi, Sakyo Komatsu e Kobo Abe.
Purtroppo, nel sito dell’editore e in alcune librerie online, il volume risulta fuori commercio, ma chissà che non si possa reperirlo in qualche biblioteca.

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Oggi, post artistico, dedicato ai suoni del Sol Levante. Iniziamo subito con Musica giapponese. Teoria e storia (ed. LIM, pp. 223, € 15). volume curato dall’etnomusicologo Daniele Sestili, con contributi di Akira Hoshi, Eishi Kikkawa, Shigeo Kishibe, Fumio Koizumi e Mario Yokomichi
<<Concepita come un’introduzione alla musica giapponese, l’opera raccoglie i lavori di cinque fra i maggiori studiosi giapponesi e si articola in due sezioni: una storica e una teorica. L’edizione italiana è arricchita da un apparato di note, una prefazione sulla cultura musicale giapponese e una nota bibliodiscografica.>>
Per ripercorrere la storia della musica nipponica, sempre dello stesso autore consiglio Musica e danza del principe Genji – Le arti dello spettacolo nell’antico Giappone, pubblicato da Libreria Musicale Italia (pp. 188, € 19) e La voce degli Dèi. Musica e religione nel rito giapponese del «kagura» (Ut Orpheus ed., pp. 176, € 18.50), di cui qui sotto trovate la presentazione.

Sotto una patina di occidentalizzazione e secolarizzazione, il Giappone contemporaneo conserva gelosamente una vita religiosa complessa e ricca di elementi di grande antichità. Tra i momenti maggiormente rilevanti del culto si collocano senza dubbio i kagura, azioni rituali comunitarie volte a rinvigorire l’energia dei partecipanti tramite l’evocazione delle divinità. Tali cerimonie, capillarmente diffuse su tutto il territorio del Giappone propriamente detto, sono caratterizzate da specifici comportamenti coreutico-musicali, i quali contribuiscono in modo sostanziale all’essenza del kagura stesso. Gli ensemble formati da tamburi, cimbali e flauti, nonché l’intervento vocale, accompagnano e guidano l’azione dei danzatori-attori; la musica punteggia e sorregge, imponendo la sua specifica temporalità, l’intero impianto rituale. Recuperando in modo organico i diversi lavori scientifici (demoetnologici, storico-religiosi, etnomusicologici) e sulla base di una personale ricerca sul campo, l’autore si propone di analizzare la presenza della musica nei kagura – finora trascurata come fenomeno unitario – per tentare di svelarne essenza e funzione, al di là della frammentazione localistica.
Calata nel complessivo contesto rituale, la componente sonora della cerimonia rivela intime connessioni con comuni concezioni religiose sottostanti, mentre le valenze magico-simboliche degli strumenti musicali impiegati appaiono nitidamente. Nel complesso la ricerca, condotta in un’ampia prospettiva storica e con richiami al più vasto contesto est-asiatico (in particolare alla realtà coreana), permette di tessere una fitta trama di riferimento indispensabile per la corretta comprensione dell’universo musicale dei kagura. A naturale completamento del suo specifico percorso, il volume giunge a riflettere sul più generale tema della musica nella ritualità giapponese, evidenziando come il comportamento sonoro si manifesti quale dimensione privilegiata nella relazione con il divino in tutta la cultura tradizionale. In tal senso, la natura più vera della musica dei kagura appare allora compiutamente sintetizzata nell’espressione ripresa nel titolo del presente volume: né metafora né immagine poetica, bensì antica credenza popolare, secondo la quale il suono del flauto impiegato nel rito sarebbe, appunto, la voce degli dèi.

Buone letture e buon ascolto.

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Più volte, nel blog, ho dedicato spazio ad iniziative e volumi per far conoscere ai bambini la lingua e la cultura del Giappone. Anche il libro di oggi rientra in questo ambito: si tratta infatti di Canta & Impara il Giapponese (ed. Curci Young, p. 24, € 14,90; cd incluso). Il volume fa parte di una simpatica serie volta all’apprendimento delle lingue attraverso il gioco e il canto. I bimbi, tramite il karaoke e le illustrazioni, possono fissare meglio i concetti e le parole, imparando senza fatica. Un corso del genere, senza dubbio, servirebbe anche a noi adulti. 😉
Anteprima del libro (pdf)

Per non lasciare a bocca asciutta neppure i più grandi, ecco una perla  attribuita ad Alessandra Mussolini, Tokyo fantasy.

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Ecco qui un’interessante introduzione alla letteratura giapponese di Virginia Sica, docente di Cultura giapponese presso l’Università Statale di Milano, apparsa nelle pagine di Treccani scuola.

Familiarizzarsi con esempi letterari giapponesi può aiutare a modificare l’inesatto e deviante modello di esotico ‘oriente’ del nostro immaginario collettivo, favorito soprattutto (ma non solo) dai manga e dagli anime, quelle produzioni mediatiche, cioè, che hanno avviato una nuova era di japonisme. Quindi, perché non proporre un indice che spazi dalle origini al contemporaneo e che inviti a riflettere più sulle analogie che non sulle diversità. E i manga? Ben accetti, purché scelti fra la migliore produzione.

La letteratura giapponese fuori dall’immaginario collettivo dell’esotico oriente
L’agile e gradevole Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca di Nakagawa Hisayasu, (Bruno Mondadori, 2006) rimarca, con misura e ironia, ciò che da (quasi) sempre gli studiosi di ‘cose giapponesi’ ben sanno: che le peculiarità culturali del Giappone vengono percepite come esotiche e appartenenti a un ‘lontano estremo oriente’ sotto l’urto di un’informazione massificante e lacunosa, che travalica nei luoghi comuni. I quali si sommano, ben inteso da entrambe le parti, ai luoghi comuni sul sé e sulla propria identità culturale. Un processo che, la storia ci insegna, viene spesso intenzionalmente assecondato da svariate egemonie, siano esse di natura politica (restyling dell’immagine del Paese sentita come compromessa da eventi storico-sociali) che di natura economica (strategie di marketing connesse alla pulsione al consumo). Un pur elementare approccio alla letteratura giapponese può certamente sembrare problematico quando avulso da un contesto storico; tuttavia, una riflessione sulle analogie con elementi culturali a noi familiari può ridurre la distanza avvertita come invalicabile e fornire risultati stimolanti. E per ogni macro-periodo della storia del Giappone potremmo selezionare efficaci esempi letterari.

Mitologia a confronto
Una delle correlazioni più diffuse e scontate è l’equivalenza fra cultura giapponese, nella sua globalità, e spiritualità buddhista. Allusioni o riferimenti espliciti (quando non addirittura funzionali) sono evidenti in molti manga e anime (fumetti e cartoon giapponesi) e nell’ambito dei media indirizzati alle utenze più varie. Del macrocosmo buddhista, poi, la spiritualità, l’etica e l’estetica cui in maggior misura si fa riferimento sono quelle attinenti allo zen, tralasciando che la cultura giapponese si è nutrita di apporti autoctoni (già preesistenti all’introduzione dalla Cina – mediata dalla Corea – del Buddhismo, nel corso dei secoli IV-VI) e continentali sapientemente amalgamati. Così, senza rinnegare il contributo culturale veicolato dagli ambienti buddhisti fin dalle origini delle fonti scritte giapponesi, ci si può accostare a quella letteraria più antica, il Kojiki (“Racconto di antichi eventi”), per familiarizzarsi con lo shintoismo, la forma di religiosità più antica del Paese, e stimolare una comparazione con i miti nostrani. Il Kojiki, datato 712 d. C., è il compendio di tradizioni indigene, locali e nazionali, tramandate fino a quel momento oralmente; con l’introduzione, contestuale a quella del Buddhismo, del sistema di scrittura, si poteva ora avviarne la registrazione, modellandola sulle grandi opere della storiografia cinese, per garantire allo Stato giapponese una sua storicità, abbellita da ascendenze mitico-leggendarie ed epiche.
Ciò che interessa qui sottolineare sono le svariate analogie con la mitologia greco-romana. Tanto per citarne alcune, il dio Izanaki e la dea Izanami che si incontrano nuovamente nel mondo delle tenebre troppo ricordano infatti i miti di Orfeo ed Euridice come anche di Persefone. D’altro canto, la stessa madre Demetra, nel suo ritiro ad Eleusi, presenta assonanze con la narrazione che vede la dea del sole Amaterasu ōmikami (sovrana dell’olimpo mitologico giapponese da cui, ufficialmente fino al 1946, si è fatta risalire la stirpe imperiale) rifugiarsi in una celeste dimora rocciosa, offesa da crimini impuri perpetrati dal fratello Susanoo no mikoto. È plausibile che una lettura poco più accurata rischi di portarci nei meandri della controversa questione sulla monogenesi o poligenesi degli hieroi logoi (questione dibattuta, in particolare sul Giappone, sin dal primo ventennio del ‘900, poi sulle orme dello strutturalista G. Dumézil (1898-1986), fino allo storico delle religioni ed antropologo A.M. Di Nola negli anni ’70). Il Giappone dei secoli VII-VIII, infatti, intratteneva rapporti con una Cina che aveva conosciuto il mondo nestoriano che, a sua volta, aveva mediato molta classicità mediterranea. Ma, in fin dei conti, senza scomodare civiltà eurasiatiche nutrite da eterogenee influenze di possibili matrici indoeuropee, il Kojiki si presta a piani di lettura anche meno impegnativi (la più recente traduzione e analisi critica dell’opera è Kojiki. Un racconto di antichi eventi, a cura di P. Villani, Marsilio, 2006).

Fantastico e fiabesco
Per i secoli a seguire, le opere di letteratura furono per lo più prodotte dagli aristocratici e destinate ai loro pari. È vero che l’antologia poetica ufficiale più antica, il Man’yōshū (Raccolta di diecimila foglie) della II metà del VIII secolo, non ha mai cessato di essere modello di riferimento estetico per la poesia e la prosa giapponesi, fino in tempi contemporanei, pur con un adeguamento alle mutazioni contingenti. Ma certo quest’antologia, già di per sé di non semplice lettura, testimonia un’arte patrizia, poco attenta all’aspetto orale e, quindi, collettivo. Quest’ultimo, invece, può essere affrontato, stavolta diacronicamente, attraverso le fiabe e leggende, in cui convergono, in molte varianti, tradizioni locali anche millenarie. Anche questo ambito di lettura può essere condotto comparativamente, tenendo presente, però, un’iniziale percezione di distanza psicologica: le fiabe della nostra infanzia non potevano considerarsi tali senza il lieto fine d’obbligo e il neppure troppo sotteso invito alla redenzione o punizione dei ‘cattivi’. Ma la saggezza popolare giapponese non sempre premia o riscatta i ‘buoni’; soprattutto, non ruota intorno ad una visione antropocentrica. Gli esseri umani, qui ridimensionati (o, secondo i punti di vista, ‘promossi’) si misurano con le divinità della natura e infinite forme di loro rappresentanti (spesso messaggeri) animali: volpi, tassi, gru, usignoli, serpenti e carpe, ognuno con una propria simbologia immediatamente percettibile eppure, secondo l’area geografica di appartenenza del racconto, mai sempre uguale a se stessa. Ciò comporta che di fate e di principi azzurri ce ne siano ben pochi. Ma anche così possiamo ritrovare molti richiami ad un fiabesco a noi più familiare. Per tutti valgano i temi della “stanza proibita” e della metamorfosi animale/essere umano.
Qui però il percorso va condotto sulle varianti più che sulle analogie: per la fiaba giapponese, infatti, la vita non presenta aspetti eroici e, per default, la morte è meno drammatica. In quanto alla metamorfosi, sono gli animali a trasformarsi temporaneamente in esseri umani, non il contrario. Qualche analogia, tuttavia, non va esclusa a priori, in particolare per quelle narrazioni di saggezza del buon senso rurale, che ci rimanderanno invariabilmente a immortali personaggi dei fratelli Grimm. Questo indirizzo di lettura, in tutti i suoi aspetti poliedrici, può essere agilmente condotto su Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi, Einaudi, 1998).

Buddhismo e introspezione
Dalla II metà del IX secolo si inaugura la tradizione dei monogatari (letteralmente ‘raccontare i fatti’ e, quindi, ‘racconti’). Anche qui le radici affondano nella tradizione orale ma, privilegiato dal mondo curtense, questo genere letterario finisce con il solo ispirarsi ad essa, creando opere destinate, sembra, alla lettura a voce alta per l’aristocrazia femminile. Su tutti campeggia, come sintesi più alta della diaristica e della poesia di corte, intriso di elementi e rimandi buddhisti, il notissimo Genji monogatari (Storia di Genji, anno 1000 ca.) della dama di corte nota come Murasaki Shikibu (ca. 973-1014). Certamente una lettura del Genji si rivela molto impegnativa (quanto meno per la mole) e, se avulsa da un quadro storico, dall’analisi dei modelli retorici ed estetici imperanti e dai fondamenti dottrinari del Buddhismo, anche deviante.
Così, per familiarizzare con una prosa che certamente è pervasa di uno spirito buddhista ma è soprattutto esempio di letteratura dell’introspezione, consiglierei il breve capolavoro del 1212 di letteratura del romitaggio, Hōjōki (Ricordi di un eremo, a cura di F. Fraccaro, Marsilio, 2004) del poeta eremita Kamo no Chōmei (1153-1216). Oltre tutto, l’opera ci fornisce spunti realistici sulla trasformazione storica e sociale del periodo, che vide il passaggio dai dominanti valori estetici della corte a quelli del ceto militare provinciale, salito al governo ufficialmente nel 1185. Un transito storico che, come ci indica l’autore, fu sofferto e ambiguo per tutti i suoi attori, nonostante l’irriducibile mito dei samurai senza macchia e senza paura.

Cappa e spada
Ciò che va sotto il comune denominatore manga è, in realtà, un vasto universo in cui convergono tematiche quanto mai diversificate. Una di quelle che riscuote maggior successo concerne le sanguinose lotte di potere di ambientazione storica, per così dire ‘in costume’. Così, personaggi originariamente storici hanno finito con l’essere sottoposti ad un vero e proprio vernissage leggendario. Risulterebbe quindi probabilmente gradito Shura (I demoni guerrieri, a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1997) di Ishikawa Jun (1899-1987) che, pur essendo autore di periodo molto posteriore, riscrive con rigore storico il belligerante periodo Ōnin (1467-1469), coincidente con il collasso della casata militare degli Ashikaga al governo del Paese e la definitiva emersione dei forti poteri militari delle province. Pur tuttavia, nel dare vita ai personaggi (reali e di fantasia) e alle loro intime motivazioni, l’autore fa cosciente ricorso ad elementi folcloristici tradizionali.

La letteratura a misura di cittadino
La guerra dell’Ōnin era stato l’incipit di un’epoca nota come sengoku jidai (periodo dei paesi combattenti), protrattasi per quasi un secolo. Si era poi avviata la riunificazione, non meno sofferta e devastante, ad opera di eminenti strateghi militari, fino alla salita al potere della casata dei Tokugawa. Il centro politico del Paese venne spostato nell’attuale Tōkyō (allora Edo), il processo di centralizzazione del potere giunse al suo culmine, le riforme economiche e politiche fecero il resto. La ‘pace’ Tokugawa (1603-1867) assisté a una veloce urbanizzazione e alla coerente emersione di un ceto cittadino, in prevalenza mercantile, effetto ma anche, ellitticamente, causa stessa della diffusione dell’istruzione, accompagnata dall’incremento della stampa a costi sempre più contenuti.
È questa l’epoca che vede la nascita dello scrittore professionista e, fra tutti, spicca la figura di Ihara Saikaku (1642-1693), egli stesso mercante in Ōsaka, che, ispirandosi all’attualità e ad eventi di cronaca cittadina, diede voce al proprio ceto di appartenenza e ai contesti in cui esso si muoveva abitualmente: le strade cittadine, le botteghe, le case di piacere (luogo di divertimento, perdizione, ma anche – e soprattutto – luogo di incontri per nuovi affari e di scambi di idee). Tutto quel mondo minuziosamente descritto negli ukiyoe, le stampe del “mondo fluttuante”, oramai ampiamente note ai più. Per la loro struttura, l’immediatezza del linguaggio, la carica umoristica e l’appealing intrigante, la lettura di alcuni racconti di Ihara può generare ampi spazi di dibattito con un pubblico studentesco (Vita di un libertino, Guanda, 1988; Cinque donne amorose, Bompiani, 1989; Vita di una donna licenziosa, ES, 2004, titoli in trad. di L. Origlia; Storie di mercanti [racconti vari], a cura di M. Marra, Tea, 1988; Il grande specchio dell’omosessualità maschile, a cura di A. Maurizi, Frassinelli, 1997).

Tempi moderni
La ‘pace’ Tokugawa si interruppe molto prima della caduta ufficiale del governo militare; stavolta, però, i disordini non furono causati dalle sole brame di potere interne ma anche dall’inevitabile confronto con le potenze straniere. Il Giappone, incalzato ad aprirsi ai mercati e alla diplomazia internazionali, in parte promosse, in parte si arrese alla necessità di una ‘restaurazione’ della figura imperiale, mantenuta in sordina per secoli ma ora fondamentale come referente politico moderno. Contestualmente si rendeva inderogabile una modernizzazione del Paese, troppo a lungo ufficialmente isolato in nome di una salvaguardia del territorio e dei costumi nazionali. Così la Restaurazione dell’era Meiji (1868-1912) vide pressanti riforme strutturali di ambito tecnologico, commerciale, giuridico, politico e sociale; inevitabilmente, però, gli eventi coinvolsero e travolsero costumi e stili di vita, anche nell’accezione di una illusoria corsa all’occidentalizzazione.
La generazione letteraria Meiji, naturalmente, non ne fu indenne e in ogni opera è testimoniata, con variabile consapevolezza, la destabilizzazione dell’individuo di fronte alla crisi di identità singola e collettiva. Fra i numerosi letterati rappresentativi del periodo, la scelta cade su Natsume Sōseki (1867-1916) e, nel panorama della sua produzione, su Kokoro (Il cuore delle cose, trad. di N. Spadavecchia, Neri Pozza, 2001) e Sanshirō (a cura di M.T. Orsi, Marsilio, 1990), ritratti indelebili della solitudine interiore dell’uomo, della disgregazione dei valori di riferimento, dell’impatto tra l’atavica predominanza della comunità di appartenenza e la moderna emersione dei valori dell’individuo. Qui non vi sarebbe alcun bisogno di suggerire spunti particolari per piani di lettura comparativi, per le molte affinità storiche nella stessa Europa e per la ricchezza di opere dai temi analoghi. Tuttavia, memore di un bel lavoro di ricerca del giovane studioso Giuseppe Russo, mi permetto di proporre una lettura di Natsume Sōseki in accostamento a L’Immoraliste (1902) di André Gide e a I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello.
Un periodo molto complesso quello Meiji, necessariamente esposto ad una lettura non solo letteraria ma soprattutto storica, che fornisca gli strumenti per comprendere l’ingresso del Giappone nella storia internazionale con i successivi sviluppi dalle ripercussioni mondiali. Ci può venire in aiuto anche uno strumento alternativo di sicuro gradimento e che ci offre uno spaccato coinvolgente della transizione Meiji e nozioni sugli intellettuali che la popolarono; stavolta si tratta di un manga, ma qualitativamente (per grafica e contenuti) ineccepibile: la traduzione italiana, seriale, di Bocchan no jidai (Ai tempi di Bocchan, Coconino Press, dal 2001) di Taniguchi Jirō e Sekikawa Natsuo, vita a fumetti di Natsume Sōseki.

Dalla “neve sottile” alla “pioggia nera”
Nel 1983 il regista Tinto Brass realizzò la pellicola La chiave, ispirandosi liberamente ad una delle opere di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965), esponente di una letteratura che, in un equilibrio mai precario, associa temi e atmosfere tradizionali a elementi di modernità fin provocatoria; i temi ricorrenti sono la sensualità – anche morbosa –, l’ambiguità, la complessità della psicologia dell’individuo, inesorabilmente distinta in maschile e femminile. Si può familiarizzare con Tanizaki scegliendo tra i capolavori raccolti in Opere (a cura di A. Boscaro, Bompiani, 2002); tuttavia In’ei raisan(Libro d’ombra, a cura di G. Mariotti, trad. di A. Ricca Suga, Bompiani, 2000), riflessione saggistica – non romanzo – del 1933, con la sua critica ferma (seppur espressa con toni misurati, oscillanti tra nostalgia ed ironia) è il testo che meglio si presta per un confronto su ciò che viene indicato come il peculiare sentire estetico giapponese, ‘incomprensibile’ ad altre culture. Certo questo indirizzo di lettura dà adito a dubbi su una posizione nazionalista dello scrittore, in un periodo storico compreso fra i due conflitti mondiali, per l’apologia dell’estetica nazionale e della sua supremazia su un’estetica improntata ad una funzionalità tecnologica. Il dibattito quindi si apre su una dichiarata e difesa diversità, sull’arroccamento alla tradizione, sul tema del ritorno al passato, sui doppi sensi della multiculturalità. Più impegnativo, ma suscettibile di analisi delle stesse tematiche (e oltre) Sasameyuki (Neve sottile, trad. di O. Ceretti Borsini, Guanda, 2006), quasi una saga familiare che vede protagoniste quattro sorelle, diverse per personalità e per adattamento ai tempi moderni.
Conclusosi il devastante secondo conflitto mondiale, molti intellettuali giapponesi, come reazione allo scardinamento di atmosfere e costumi quotidiani adesso ‘americanizzati’, svilupparono un’attitudine alla tutela della tradizione (già appartenente a precedenti fasi storiche di fronte alle crisi culturali, di valori, di identità d’appartenenza). Come maggiori esponenti della letteratura dell’epoca, insieme con Tanizaki, sono universalmente riconosciuti Kawabata Yasunari (1899-1972) e Mishima Yukio (1925-1970). L’editoria italiana di grande diffusione ci ha ormai reso estremamente familiari i loro nomi. Oltretutto, le rispettive tematiche e ricerche stilistiche confortano, al lettore improvvisato, il credo in due luoghi comuni dell’immaginario collettivo: Kawabata e l’estrema ricerca estetizzante; Mishima e l’apologia del nazionalismo, del mito dei samurai, dell’anacronismo politico. Di Mishima è familiare anche la tipologia di suicidio, perché clamorosa, intrigante, rispondente ad una coerenza ideologica. Riduttive, scontate persino queste letture di Kawabata e Mishima ed è mia ferma convinzione che i due letterati meritino spazi ed inquadramenti molto ampi, per evitare strumentalizzazioni e letture devianti (per Kawabata, Romanzi e racconti, a cura di G. Amitrano, Mondadori, 2003; per Mishima, Romanzi e racconti 1949-1961, vol.I e Romanzi e racconti 1962-1970, vol. II, entrambi a cura di M.T. Orsi, Mondadori, 2004-2006).
Più consono ad un piano di didattica che contempli temi fortemente d’attualità mi sembra un riferimento alla cosiddetta genbaku bungaku, ‘letteratura dell’atomica’ che, nel proprio panorama, registra la dolente testimonianza di Ibuse Masuji (1898-1993) con Kuroi ame (La pioggia nera, a cura di L. Bienati, Marsilio 2005) del 1965.
Una consueta richiesta viene posta in merito alla figura della donna nella cultura giapponese. Trovo che anche qui imperversi un mito culturale (stavolta sminuente) al quale piace registrare il ruolo femminile in Giappone più mortificato e negato di quanto non sia avvenuto nella ‘civile’ Europa. Il problema è che, nella coscienza collettiva, ruolo femminile in Giappone fa genericamente rima con geisha, quell’intrigante modello foriero di chissà quali inconfessabili arti che, in fin dei conti, il vecchio continente non ha conosciuto. Ne siamo proprio certi? Detto questo, interessante può rivelarsi una letteratura scritta da donne, che risuona della loro voce ma che non si limita a raccontare solo un mondo femminile ma che denuncia ansie e battaglie sociali, culturali, in una parola storiche, di cui le donne fanno naturalmente parte. Temi a noi ancora attuali quelli proposti dalle protagoniste di Enchi Fumiko (1905-1986) in Onnazaka (Il sentiero nell’ombra, trad. di L. Origlia, con una nota critica di C.Vasio, Giunti 1987) del 1949 e Onnamen (Maschere di donna, a cura di G. Canova Tura, con un saggio introduttivo di M.T. Orsi, Marsilio 1999) del 1958. Riflessioni sulla maternità e sui suoi stretti nodi di libertà e schiavitù ci vengono invece riproposti da Chōji (Il figlio della fortuna, a cura di M.T. Orsi, Giunti 1991) di Tsushima Yūko (n. 1947).

Esotismo moderato e appagante
Un’ultima riflessione sulla produzione di romanzi contemporanea, che meriterebbe un dibattito a parte, ampio e impegnativo: innanzitutto perché rispecchia un bisogno (anche commerciale) di omologazione – già ravvisabile dai primi decenni del ‘900, ma esploso nel secondo dopoguerra – condotta su modelli europei e statunitensi; poi perché favorisce la proliferazione di saggi allarmisti su una presunta crisi d’identità culturale dei giapponesi. Frattanto Murakami Haruki, Banana Yoshimoto, Yamada Eimi riscuotono planetariamente un facile successo; temi, stili di vita e linguaggio comuni, che rispondano a una scontata globalizzazione delle nuove generazioni ma che siano, al contempo, sufficientemente esotici, con sparsi elementi fantastici, da convincere un pubblico internazionale di trovarsi di fronte a una letteratura ‘genuinamente giapponese’.

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