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Archive for the ‘cultura giapponese’ Category

Vi propongo un interesse articolo di Limes, una delle principali riviste italiane di geopolitica, consultabile online e dedicato agli aspetti politici, storici e sociologici dei manga. Si intitola Manga: il Giappone alla conquista del mondo, e porta le firme di Marcella Zaccagnino e Sebastiano Contrari. Per leggerlo, basta cliccare qui.

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Una buona notizia per gli amanti del Giappone e della scrittura di qualità: Antonietta Pastore ha vinto, pochi giorni fa, la XLVIII edizione del concorso <<Leonilde e Arnaldo Settembrini>> per il suo Leggero il passo sui tatami.
Speriamo che questo premio serva ad avvicinare ulteriormente l’Italia al Giappone e viceversa.
Questa la motivazione della giuria:

Racconti di memorie, di esperienza vera e vissuta, Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, si è unanimemente segnalato alla giuria del Premio Settembrini per la qualità della scrittura: nitida, concreta, delicata, pulita, puntuale. Non è improbabile che vi siano stati mutui, felici calchi stilistici su alcuni scrittori giapponesi, che questa scrittrice e saggista traduce da tempo.
I racconti sono autobiografici, dunque, ma sono sono tutti attraversati da un’analoga necessità esistenziale e culturale. Il bisogno di capire le differenze, il bisogno di integrarsi in quel paese così diverso, il bisogno di non sentirsi troppo diversi, fatte salve tutte le diversità.
Ecco, fin qui una lunga tradizione letteraria ci ha abituati a percepire l’Oriente come un luogo esotico, e affascinante in quanto tale. Con questi racconti affrontiamo, invece, non il fascino ma piuttosto la fatica di apprendere quotidianamente usi e costumi diversi, spesso incomprensibili e lontani quanto la lingua che si parla in quel Paese, la scrittura che si pratica. L’inconnu, come direbbe Proust, l’ignoto non è sempre seducente, può creare disagio, mettere addirittura paura, farci sentire, alla lettera, fuori luogo. Che cosa si prova a non saper leggere un cartello stradale? Com’è possibile che sia ritenuto maleducato soffiarsi il naso in pubblico?
Queste domande, impegnative per la singola esperienza, ma rese con la leggerezza di un disegno stilizzato, o con quella di un ideogramma, ci permettono, in controluce, di riflettere non solo su chi va in Giappone, ma anche su chi arriva in Italia da straniero. E sul bisogno di integrazione. Fatte salve tutte le differenze.
Per il suo stile e per la tensione alla conoscenza che questi racconti racchiudono, la giuria del Premio Settembrini ha deciso, a maggioranza, che questo libro vincesse l’edizione di quest’anno del Premio Settembrini.

Ringrazio Fraimirtilli per la segnalazione.

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I nippofili milanesi in questi giorni hanno l’opportunità di partecipare al convegno “Geografia e cosmografia dell’altro fra Asia ed Europa”, organizzato dall’Accademia Ambrosiana, che si svolgerà venerdì 22 e sabato 23 ottobre a Milano, più esattamente a Piazza Pio XI, 2, nella Sala delle Accademie.
Questo il programma del 22, dedicato al Giappone e a “L’Europa vista dall’Estremo Oriente”:

Ore 10 ANGELO CATTANEO, Cartografia occidentale e asiatica nel Kyushu in epoca Nanban
Ore 10,30 ALEXANDRA CURVELO, L’apporto dei Seminari di pittura di Giovanni Nicolao SJ
Ore 11,00 Pausa
Ore 11,15 ADRIANA BOSCARO, L'<altro> visto attraverso le immagini
Ore 11,45 田中久仁子TANAKA KUNIKO, Europa e Giappone rispecchiati nei Nanban Byobu
Ore 12,15 小佐野重利OSANO SHIGETOSHI, Adolfo Farsari fotografo dell’Album “Viste e Costumi del Giappone” negli Anni Ottanta del XIX secolo
Ore 12,45 Discussione

Per poter partecipare al convegno, mandate un’email a: accademia.giappone@ambrosiana.it.
Ringrazio Fraimirtilli per la segnalazione.

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A chi ha la possibilità in questi giorni di recarsi a Milano, suggerisco vivamente di farlo: il 26 e il 27 ottobre, infatti, presso l’Aula magna del Dipartimento di lingue e culture contemporanee dell’Università di Milano (Piazza Indro Montanelli, 1, Sesto S. Giovanni, Milano), si terrà il convegno “Al di là dei cliché: rappresentazioni altre del femminile”. In particolare, consiglio i seguenti interventi:
Paola Scrolavezza (Univ. degli Studi di Bologna), “Donne senza fissa dimora: scrittura e libertà secondo Hayashi Fumiko (1903-1951)” [a destra nella foto] che si terrà il 26/10 alle 17,30;
Giorgio Fabio Colombo (Univ. Cà Foscari), “Suzuki Setsuko e le altre: la lotta per le pari opportunità nel diritto del lavoro in Giappone”, che avrà luogo il 27/10 alle 9;
Virginia Sica (Univ. degli Studi di Milano), “Hojo Masako. Donne e politica nel Giappone premoderno”, che si terrà il 27/10 alle 11,30;
Ida Marinelli (prima attrice del Teatro dell’Elfo di Milano) e Virginia Sica, conversazione su “Mishima Yukio e la sua Renée de Sade”, che si svolgerà alle 16,30 del 27/10.
Ringrazio un utente di aNobii per avermi segnalato l’evento.

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Molti libri si vantano di portare luce sul “Mistero Giappone” (per riprendere il titolo di un bel numero di <<Limes>> di qualche tempo fa), avventurandosi in spiegazioni culturali e antropologiche poco comprensibili o riduttive.
Forse è per questo che sono rimasta colpita dall’intelligente semplicità di Giapponesi si nasce (Aletti, pp.164, € 14) di Paolo Soldano, giornalista trapiantato nel Sol Levante. Per illustrare la sua nuova patria, l’autore non sale in cattedra, ma lascia che siano i piccoli e grandi eventi a parlare, a raccontare quel Giappone che talvolta tentiamo di ingabbiare in miti e stereotipi.
La realtà nipponica – ci mostra Soldano con rispetto e, al tempo stesso, ironia – è cangiante, contraddittoria, a tratti impietosa o tenera. Insomma: così simile e così diversa dalla nostra, che non si può non guardare ad essa senza curiosità e, sotto sotto, un sorriso.

Qui sotto, qualche estratto del libro, tratto da http://giapponesisinasce.com:

<<Ogni volta che mi capita di guardare la tv giapponese non riesco a non scuotere la testa: telegiornali che aprono su un piccolo incidente tra auto nella periferia di Tokyo, programmi comici o pseudo tali, televendite con ogni sorta di inutile oggetto (avete presente la plastica trasparente da imballaggio, quella che si usa per evitare che piatti, vetri o bicchieri si rompano, e che in realtà è stata inventata solamente per avere il piacere di scoppiare le bollicine piene d’aria? Beh, in Giappone hanno inventato un piccolo dispositivo portatile, che funge anche da portachiavi, che simula la mitica plastichina sia dal punto di vista tattile che sonoro). Insomma, programmi del genere. L’altro giorno però hanno superato ogni limite. Servizio giornalistico da inchiesta: inquadrature strette e rallentate su un uomo in manette, racconto con dovizia di particolari sul “maniaco”, interviste a volto coperto a più donne sue vittime. Penso a stupri, violenze, abusi di ogni genere, ma non riesco a cogliere il reato di cui si sarebbe macchiato l’arrestato fino a quando, esattamente come tutte le polizie del mondo fanno, non viene mostrato sul tavolo il materiale sequestrato nella casa dell’uomo: mutandine. […]>>

[…]

<<È una domenica sera come tante altre, e gironzolo per le strade strette della Osaka by night. Questa volta però sono accompagnato da un’amica giapponese che parla italiano, e che ha una gran voglia di spiegarmi tutto quello che la mia ignoranza della lingua giapponese non mi permette di cogliere. È così che faccio la mia conoscenza dei posti più ambigui e perversi di questa città: locali, bar, club e anfratti vari dove un’umanità sempre in cerca di qualcosa si confronta ogni sera. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo, esistono perfino speciali uffici informazioni dove rivolgersi se si hanno delle esigenze particolari. Alla faccia della timidezza giapponese. Le opportunità sono davvero svariate: locali per sole donne, per soli uomini, per gay, per lesbiche, o per chi ha gusti particolari (ero tentato di entrare in un posto dove il cartello di pubblicità all’ingresso aveva una piacevole signorina vestita da cameriera in rosa, poi ho desistito). Osaka è davvero un luogo camaleontico. Potrei scivolare tutti i giorni lungo le stesse strade e ogni volta sono sicuro che scoprirei qualcosa di nuovo. E ne sono certo perché l’ho già fatto. […]>>

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Se dico Giappone, cosa vi viene in mente? Geisha, samurai, sushi, ninja… non certo il rock. A ribaltare questa visione tradizionale (e a tratti banalizzante) ci ha pensato Julian Cope, professione rockstar. Trovate il risultato dei suoi sforzi in Japrocksampler (ed. Arcana, € 22), di cui vi propongo la presentazione ufficiale:

Ecco a voi Japrocksampler di Julian Cope, rocker e musicologo visionario, archeologo specializzato in siti megalitici primitivi ed ex leader dei Teardrop Explodes. A causa delle barriere linguistiche, la musica giapponese del Dopoguerra è sempre stata un enigma per gli occidentali. Perciò Julian si è sentito in dovere di trovare la chiave d’accesso a una porta ingiustamente sbarrata. Questa storia racconta di come la musica occidentale giunse sulle coste giapponesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, e del delizioso caos che scatenò. Cover strumentali dei successi degli Shadows zeppe di toni e colori musicali inauditi, la resurrezione dei cantastorie tradizionali rokyoku ispirati da Dylan e altro ancora: non esiste luogo in cui l’eterna metamorfosi del rock’n’roll sia stata più affascinante e originale che in Giappone. Attraverso il racconto degli scambi e degli influssi reciproci tra l’avanguardia giapponese, i nuovi movimenti controculturali, compositori come John Cage e Stockhausen e la scena underground del free jazz, Japrocksampler esplora lo scontro tra i valori della tradizione conservatrice giapponese e gli indomabili rinnegati rock’n’roll degli anni Sessanta e Settanta. Racconta la storia degli artisti-chiave del dopoguerra nipponico – poeti frequentatori delle sale d’essai oppure gruppi rock violenti e anticonformisti con un debole per i dirottamenti aerei – e propone una lista di album Japrock fondamentali. Dopo il successo internazionale del leggendario Krautrocksampler (libro che da solo è riuscito a “resuscitare” un intero movimento musicale dimenticato), di cui questa nuova opera si pone come ideale prosecuzione, Japrocksampler, già acclamato in Inghilterra da fans e autorevoli storici e intellettuali, è un’altra sorprendente, bizzarra, sciamanica esplorazione di un aspetto poco conosciuto della nostra storia culturale recente che ci avvicina un po’ di più a comprendere il senso del rock’n’roll, della nostra mente di occidentali imbarbariti dalle nuove divinità del denaro e del progresso, e della nostra stessa vita.

Per saperne di più del libro, è disponibile anche un apposito sito internet.

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Ecco il programma autunnale del Doozo-Art Book & Sushi di Roma (Via Palermo, 55). Si comincia domani con il gruppo di lettura di Kafka sulla spiaggia di Murakami.

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Con l’inizio dell’autunno, ho ripreso a bere il mio amato tè a ogni ora del giorno; come non pensare, fra sorso e sorso, alle meravigliose case del tè giapponese?
E’ per questa ragione che oggi vi presente un volume tanto bello quanto (purtroppo) costoso: si tratta de Le case del tè di Francesco Montagnana, Tadahiko Hayashi, Yoshikatsu Hayashi (Electa, pp. 200, 245 illustrazione, € 100). Le immagini – estrapolate dal libro – parlano da sole, ma preferisco accompagnarle con la presentazione dell’editore:

Il volume documenta le più significative chashitsu e, quando presenti, i roji che le completano. Si tratta delle tradizionali case e giardini per la cerimonia del tè concepiti e realizzati da maestri giapponesi a partire dal XV secolo. Luoghi straordinari per la meditazione, sono tra le più importanti fonti dell’estetica giapponese medievale e moderna.
Il testo di Francesco Montagnana, proponendo una guida concettuale a temi e immagini profondamente legati alla cultura giapponese, apre il volume illustrando i caratteri di specificità ed eccezionalità dello spazio concepito per la cerimonia del tè (chanoyu) a partire dalla svolta, agli inizi del quindicesimo secolo, in cui quella che fino allora era una piacevole consuetudine introdotta dalla Cina, nella dimensione dello zen e dei samurai, diviene un’arte e una cerimonia di grande fascino.
Il saggio di Masao Nakamura, il maggiore studioso contemporaneo dell’argomento che ha all’attivo oltre 60 libri sul tema, traccia la storia dello spazio chashitsu nell’evoluzione dagli inizi ai diversi stili che si alternano soan o rustico e shoin o formale. La stanza del tè nello stile soan, che deve la relativa perfezione principalmente al leggendario maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), si evolve poi con Furuta Oribe (1545-1615), Kobori Enshū (1579-1647) oppure Oda Uraku (1547-1621), fratello minore del signore feudale Oda Nobunaga. Quest’ultimo è stato, insieme a Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, uno dei tre leader politico-militari artefici dell’unificazione del paese.
I maestri del tè in quest’epoca erano consiglieri politici, monaci, mercanti, guerrieri o una combinazione di queste categorie e il chanoyu diventava un momento di rifugio mentale nelle pause di una battaglia, preludio della ripresa delle ostilità. Lo spazio del tè continua ad essere anche per i maestri del tè-samurai uno spazio dell’utopia o della fuga dalla realtà quotidiana o uno spazio sociale all’interno dei circoli di potere.
Il chanoyu è un’arte che investe la ricerca estetica e funzionale sugli utensili del tè, la disposizione dei fiori, l’arte del giardino, la preparazione delle vivande kaiseki, la calligrafia, la ceramica e inoltre coinvolge i modi di comportamento – è una performance, è una pratica insieme mondana e rituale. Infine è filosofia stessa nella meditazione zen.
“L’arte del tè, lo si sappia, non è altro che bollire l’acqua, versare il tè e berlo” sintetizza Rikyu e chanoyu vuol dire infatti “tè e acqua calda” e la tradizione del tè assimilata dalla Cina, considerata la fonte primaria di civiltà, era un uso diffuso tra i monaci che risaliva almeno all’inizio del nono secolo ma lo spazio del tè come forma distintiva d’architettura si sviluppa solo più tardi verso la fine del sedicesimo secolo con una svolta sostanziale che ne investe ogni aspetto.
Proprio in questo periodo Sen no Rikyū conferisce espressione allo stile soan con una dimensione spesso anche solo di 2 tatami (circa 180×180 cm) in cui ogni accorgimento, la scelta dei materiali, il concetto che dà forma al giardino del tè, la luce, ogni oggetto d’uso nella cerimonia e il rituale vanno in un’unica chiara direzione: lasciare immergere il sé nello spazio assoluto. Lo spazio del chashitsu e del roji non è lo spazio che si contrappone al sé, bensì lo spazio in cui il sé si trova, il luogo della non-mente.
Rikyu seppe dare una forma ideale e insieme sintetica alle tendenze artistico filosofiche della sua epoca con uno spazio fuori dall’ordinario, microcosmo per lo spirito, con l’invenzione del roji come metafora del rifugio dell’eremita (inja), e investendo campi artistici come la pittura, la calligrafia, l’arte della ceramica e della presentazione dei cibi. Mentre l’Occidente ha privilegiato la vista, da cui è partito per la sua geometrizzazione dell’esperienza, e ha così svalutato le altre sensazioni (uditive, tattili, olfattive eccetera) lo spazio del wabi-cha (lo stile wabi del tè) è per la mente e il corpo in senso non duale, e quando ci addentriamo nella sua conoscenza scopriamo qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario che può essere compreso appieno solo attraverso l’esperienza dei cinque sensi, come microcosmo fenomenico a parte.
Wabi-cha è un ideale del teismo in cui il semplice atto di bere il tè costituisce una filosofia e sviluppa il nostro senso estetico. In uno spazio ridotto sino a meno di quattro metri quadri – una stanza del tè come Tai-an – circondata da un roji, giardino del tè che esprime stilizzato un sentiero di montagna, il maestro invita uno o più ospiti, ai quali serve il tè con una cerimonia, in un ambiente in cui una calligrafia, pittura e oggetti del tè circondano i partecipanti, in un arrangiamento voluto. Si tratta in definitiva di un modo semplice di bere il tè, realizzando un senso estetico profondo e creando un tempo e uno spazio unici e fuori dall’ordinario, che danno spunto a pensieri filosofici e religiosi insieme.

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In un paese come l’Italia, fa davvero piacere vedere riconosciuti i meriti di una grande studiosa. E’ per questa ragione che vi presento volentieri Un’isola in levante. Saggi sul Giappone in onore di Adriana Boscaro, a cura di Luisa Bienati e Matilde Mastrangelo (ed. Scriptaweb, pp. 488; cliccando qui si può acquistare il volume in brossura e consultarne una copia online per 18 mesi, per il costo totale di 58 €).
Questo il ricchissimo sommario di un’opera certamente molto interessante:

Il Giappone antico
– Maria Teresa Orsi, Il Genji monogatari letto da lontano
– Sagiyama Ikuko, Hajitomi: la dama Yūgao nel teatro nō
– Carolina Negri, Donne che soffrono per le incertezze dell’amore e del matrimonio. Il destino di Murasaki no ue
-Appunti sull’imitazione di Ono no Komachi nel Gosenshū eoltre
– Poesia e poeti nei drammi storici di Chikamatsu Monzaemon
– Un rebus di sapienti bugie: Ono no Bakamura uso ji zukushi e la “parodia globale” nellaletteratura di periodo Edo
– Annotazioni per la morfologia di una Gozan bunka
– Composizione poetica e relazioni internazionali nel Giappone del periodo Nara
– Un caso di mistificazione storiografica: Kōken-Shōtoku tennō
– Cavalli e cavalieri nell’immagine artistica giapponese
– Gli studi tassonomici sulla lingua giapponese classica e l’origine del termine wakan konkōbun
– Il Rāmāyaṇa in Giappone. Considerazioni preliminari
dall’India al Giappone
– Note sulle pene in epoca Tokugawa
– Il Giappone e i gesuiti al loro primo incontro
– Il gesuita Camillo Costanzo e la controversia sulla terminologia cinese
– La lingua giapponese vista dagli europei nei secoli XVI e XVII

Il Giappone moderno
– Instants volés. Il Giappone di Nicolas Bouvier
– Spazio del romanzo e spazio urbano: Chijin no ai di Tanizaki Jun’ichirō
– Kyōko no ie di Mishima Yukio: la casa come struttura narrativa
– Tanin no kao: storia di un connubio sperimentale tra cinema, musica e letteratura
– Straniera, dappertutto: la ri-scoperta dell’immaginario culturale giapponese in Inu muko iri di Tawada Yōko
– Comunicare senza parole di Ozaki Kōyō
– Nella porta di pietra. Interpretazione di un’opera di pittura e di poesia di Natsume Sōseki
– Lo scrittore abita qui. Shiba Ryōtarō, i libri e l’architetto
– L’estetica del mostruoso nel cinema di Miyazaki Hayao
– Umorismo e cinema: la commedia ‘irriverente’ in Giappone
– Perché un nuovo dizionario Giapponese-Italiano
– Casi, ruoli semantici e schemi grafici nell’insegnamento dei verbi giapponesi
– Introduzione a La filosofia della storia
– La reinvenzione della memoria nel discorso religioso del Giappone contemporaneo
– Depoliticizzazione e destoricizzazione di un ‘paradiso tropicale’: la rappresentazione di Okinawa nei media e nella cultura popolare del Giappone
– Economisti pentiti: la “conversione” (tenkō) di Nakatani Iwao

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Sempre grazie alla casa editrice Solfanelli, vi segnalo una delle edizioni italiane del cosiddetto Libro dei samurai, ossia Hagakure. All’ombra delle foglie di Yamamoto Tsunemoto; il volume è stato curato da Francesca Meddi, consta di 88 pp. e costa 8 €.
Come ricorda la presentazione,

L’Hagakure, considerato un classico del Bushido, è un manuale per i guerrieri (Bushi) composto da 1300 brevi aneddoti e riflessioni di diverso carattere.
La famosa la frase Ho capito che la via del samurai è la morte, tratta dal Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, spesso interpretata parzialmente o addirittura in modo fazioso, condusse talvolta al fanatismo estremo. Emblematico fu a questo proposito il suicidio di Yukio Mishima secondo il rituale del seppuku, il sacrificio di giovani militari giapponesi indotti alla cieca obbedienza per l’imperatore.
Tuttavia, dietro al facile fraintendimento che l’assunto genera, si cela un pensiero diverso; paradossalmente è un invito alla vita, a viverla in ogni suo istante al meglio, ricordando che l’uomo, come ogni altro essere vivente, è destinato a morire.
In questo libro sono stati tradotti gli aneddoti più significativi, quelli che più si accordano al Giappone di oggi, riassumendone gli aspetti sostanziali.
In appendice, “L’ultimo samurai” e “Lo stoicismo e lo zen”, i due saggi della traduttrice Francesca Meddi.
Qui, il concetto del Cuore Zen, soggetto imperturbabile, oggetto della strenua ricerca dei samurai e strumento per superare la paura della morte, è termine di confronto fra il seppuku di Mishima e con quello di Catone.
In questo paragone, la teatralità della morte di Mishima non ha il senso dell’atto patriottico che riscatta il disonore, quanto il gesto estremo di un uomo “(…) che aveva fatto della sua vita uno spettacolo (…)”, e la glorificazione dell’idea romantica della morte. E’, in definitiva, un seppuku quale perfetta conclusione di un dramma, come uno di quelli tante volte raccontati nei suoi romanzi.
Diversamente, la virtù stoica di Catone lo rende simile al samurai, e proprio come un samurai Catone decide di togliersi la vita per seppuku.

(qui a lato: un fotogramma de I sette samurai di Akira Kurosawa)

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