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Archive for the ‘autori’ Category

Una buona notizia per gli amanti del Giappone e della scrittura di qualità: Antonietta Pastore ha vinto, pochi giorni fa, la XLVIII edizione del concorso <<Leonilde e Arnaldo Settembrini>> per il suo Leggero il passo sui tatami.
Speriamo che questo premio serva ad avvicinare ulteriormente l’Italia al Giappone e viceversa.
Questa la motivazione della giuria:

Racconti di memorie, di esperienza vera e vissuta, Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, si è unanimemente segnalato alla giuria del Premio Settembrini per la qualità della scrittura: nitida, concreta, delicata, pulita, puntuale. Non è improbabile che vi siano stati mutui, felici calchi stilistici su alcuni scrittori giapponesi, che questa scrittrice e saggista traduce da tempo.
I racconti sono autobiografici, dunque, ma sono sono tutti attraversati da un’analoga necessità esistenziale e culturale. Il bisogno di capire le differenze, il bisogno di integrarsi in quel paese così diverso, il bisogno di non sentirsi troppo diversi, fatte salve tutte le diversità.
Ecco, fin qui una lunga tradizione letteraria ci ha abituati a percepire l’Oriente come un luogo esotico, e affascinante in quanto tale. Con questi racconti affrontiamo, invece, non il fascino ma piuttosto la fatica di apprendere quotidianamente usi e costumi diversi, spesso incomprensibili e lontani quanto la lingua che si parla in quel Paese, la scrittura che si pratica. L’inconnu, come direbbe Proust, l’ignoto non è sempre seducente, può creare disagio, mettere addirittura paura, farci sentire, alla lettera, fuori luogo. Che cosa si prova a non saper leggere un cartello stradale? Com’è possibile che sia ritenuto maleducato soffiarsi il naso in pubblico?
Queste domande, impegnative per la singola esperienza, ma rese con la leggerezza di un disegno stilizzato, o con quella di un ideogramma, ci permettono, in controluce, di riflettere non solo su chi va in Giappone, ma anche su chi arriva in Italia da straniero. E sul bisogno di integrazione. Fatte salve tutte le differenze.
Per il suo stile e per la tensione alla conoscenza che questi racconti racchiudono, la giuria del Premio Settembrini ha deciso, a maggioranza, che questo libro vincesse l’edizione di quest’anno del Premio Settembrini.

Ringrazio Fraimirtilli per la segnalazione.

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Kirino Natsuo e Miyabe Miyuki, meno nota in Italia, sono ritenute due regine indiscusse del thriller e della crime  fiction: ma quanto davvero sappiamo dei loro testi? Dietro storie avvincenti, suspence e delitti, spesso si nasconde un’analisi – a tratti impietosa – della realtà che mette in luce gli aspetti più scabrosi e inquietanti degli individui.
Per questo vi consiglio di assistere, sabato 30 ottobre alle ore 18 presso il Doozo (via Palermo 51-53, Roma), all’incontro “P/Ink Noir. Le nuove signore in nero del Giappone contemporaneo”, tenuto dalla prof.ssa Paola Scrolavezza.
Per maggiori informazioni, scrivete a info@doozo.it o chiamate all’06-4815655.
Aspettando sabato prossimo, potete intanto rileggere qualche notizia riguardante Kirino Natsuo.

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A chi ha la possibilità in questi giorni di recarsi a Milano, suggerisco vivamente di farlo: il 26 e il 27 ottobre, infatti, presso l’Aula magna del Dipartimento di lingue e culture contemporanee dell’Università di Milano (Piazza Indro Montanelli, 1, Sesto S. Giovanni, Milano), si terrà il convegno “Al di là dei cliché: rappresentazioni altre del femminile”. In particolare, consiglio i seguenti interventi:
Paola Scrolavezza (Univ. degli Studi di Bologna), “Donne senza fissa dimora: scrittura e libertà secondo Hayashi Fumiko (1903-1951)” [a destra nella foto] che si terrà il 26/10 alle 17,30;
Giorgio Fabio Colombo (Univ. Cà Foscari), “Suzuki Setsuko e le altre: la lotta per le pari opportunità nel diritto del lavoro in Giappone”, che avrà luogo il 27/10 alle 9;
Virginia Sica (Univ. degli Studi di Milano), “Hojo Masako. Donne e politica nel Giappone premoderno”, che si terrà il 27/10 alle 11,30;
Ida Marinelli (prima attrice del Teatro dell’Elfo di Milano) e Virginia Sica, conversazione su “Mishima Yukio e la sua Renée de Sade”, che si svolgerà alle 16,30 del 27/10.
Ringrazio un utente di aNobii per avermi segnalato l’evento.

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Come ci informa il Mainichi Daily News, sono stati resi noti tre diari dello scrittore Takehiko Fukunaga (1918-1979), redatti tra il 1945 e il 1947. Grazie ad essi, possiamo gettare ulteriore luce sulla vita e le sofferenze dello scrittore, nonché sulle origini della sua opera letteraria.

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Secondo le ultime stime, rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le possibilità per Murakami di poter vincere il Nobel per la letteratura, tanto da piazzarsi sesto in un’ipotetica classifica mondiale, subito dopo il nostro Antonio Tabucchi.
Il nome dello scrittore premiato si saprà solo nelle prossime settimane; secondo alcuni, addirittura il 7 o il 14 ottobre.
Per saperne di più, ecco la notizia riportata sul Mainichi.

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Propongo, per tutti gli amanti della Yoshimoto, questa intervista che ha rilasciato a Bresciaoggi, di cui ho appreso l’esistenza grazie a Kami no kumi. Nel testo, troverete anticipazioni sul nuovo libro.

Banana Yoshimoto, la scrittrice giapponese che ha conquistato con i suoi romanzi migliaia e migliaia di lettori nel mondo, è famosa per gli aforismi. «Soluzioni di questo tipo sono davvero affascinanti: le cose avvengono proprio nel momento in cui stai per convincerti che non ci sia più niente da fare. Se, invece, aguzzi l’ingenio senza darti per vinto, la soluzione arriva all’improvviso, da un luogo del tutto inaspettato, sotto una forma quasi ridicola». Questo è uno dei più celebri. Non rilascia molte interviste. Solitamente, per le domande più banali, lei rimanda tutto a un link su internet nel quale dà già le risposte a curiosità del tipo: «Perché utilizza il soprannome Banana?» In effetti lei si chiama Mahoko Yoshimoto e ha accettato, gentilmente, di rilasciare questa intervista in esclusiva al nostro giornale, tradotta da Emma Grimaldi Kawamura. Banana Yoshimoto parla dei temi a lei cari, l’amore e la morte, che nei suoi romanzi rappresentano il motivo conduttore e il segreto del suo successo sancito soprattutto in un primo momento da un pubblico di lettori giovani che l’hanno consacrata, fin dal primo best seller Kitchen, come una delle scrittrici più intriganti e capace di esprimere fino in fondo le sensazioni delle ultime generazioni giapponesi, in una miscela di tradizioni e stravolgimento delle vite attraverso episodi dolorosi e pesanti. Infine, anticipa anche quali saranno le trame dei prossimi libri che pubblicherà.
Lei ha molti amici italiani, ha detto che le piace molto la Sicilia, ma è mai stata nell’Italia del Nord? Verona, la citta di Romeo e Giulietta, è la meta preferita dei giapponesi…
No, purtroppo… Per quanto ricordi, se anche ci fossi passata, sarà stato soltanto per qualche ora e pertanto non posso affermare di esserci stata.
Ha intenzione di venire a visitarla e perché?
Sì, naturalmente. Vorrei visitarla, non senza averne prima studiato la storia né i luoghi famosi né tutto il resto.
Cosa ne pensa dell’amore e della morte nel mito di Giulietta e Romeo?
Credo ci sia una ragione nel fatto che, trascendendo le epoche, tante persone ne restino affascinate. In fondo gli esseri umani, riguardo all’amore e alla morte, non sono cambiati per niente.
Tra i personaggi dei suoi romanzi, ce n’è almeno uno che possa, anche vagamente, assomigliare a uno dei due amanti di Shakespeare?
Ho scritto un romanzo che si intitola Kanojo ni tsuite (A proposito di lei). In esso compaiono un uomo e una donna che, in modo vago, ricordano i due innamorati shakespeariani.
Molti giovani giapponesi affollano il balcone di Giulietta, pur sapendo che non è «reale», ma soltanto una costruzione per turisti. Secondo lei, perché è necessario per i ragazzi anche di altre nazionalità trovare oggi un simbolico luogo dell’amore?
Non sapevo che il balcone di Giulietta fosse una costruzione per turisti. Però, essendo la storia di Shakespeare famosissima in Giappone, potrebbe darsi che i giapponesi visitino quel luogo in chiave commemorativa, in quanto simbolo di un amore romantico che non può essere appagato.
È possibile che una persona cambi la propria vita dopo aver letto un suo romanzo?
Penso che una tale influenza sia possibile, quando per esempio una mia opera penetra nell’animo di una persona un po’ alla volta, prima che egli o ella possa rendersene conto, e un giorno poi quella persona si trova a compiere una qualche scelta.
In questa fase di contrazione economica mondiale, avverte che gli scrittori possano avere un ruolo per avvicinare ai libri nuovi lettori finora distratti soltanto dal mito del danaro e del lavoro a tutti i costi?
Ritengo gli scrittori delle presenze il cui ruolo è far accorgere la gente del fatto che esistono delle possibilità all’infuori di una vita come schiavi di qualcosa (del denaro, del tempo eccetera).
Ha detto che per lei la scrittura è una specie di divertimento. Non ha mai avuto la sensazione che scrivere sia anche una sorta di trance?
Sì, mi è capitato. Mi succede di stupirmi quando finisco con lo scrivere cose complicate che nemmeno penso, proprio come se fossi riuscita in una difficile esecuzione al pianoforte.
Chi è lo scrittore italiano che le piace di più?
Mi scuso, ma non posso rispondere a questa domanda perché non ho letto tutti gli autori autori italiani che sono stati tradotti in giapponese.
Ha mai avuto paura di pubblicare un suo romanzo?
No. Il timore più grande lo provo prima di scrivere. Perché esistono tutte le possibilità, e mi viene paura al pensiero che sono io a scegliere.
Quali saranno le sue prossime opere?
Prossimamente scriverò un romanzo circa una coppia in cui sussiste una disparità economica fra le parti. La storia che invece ho già finito di scrivere narra di una madre e di una figlia le quali, rimaste sole dopo che il marito/padre ha commesso un doppio suicidio d’amore con la sua amante, si trasferiscono in un piccolo centro dove si rifanno una vita.
Qual è la domanda più insolente che le sia mai stata rivolta durante un’intervista o una conferenza?
È questa: «A quanto ammonta il suo reddito dell’anno scorso?» L’ho considerata una villania».

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Vi propongo con piacere un articolo di Franco Ricciardiello apparso su Carmilla e dedicato a Mishima. Buona lettura.

Feltrinelli ha iniziato nel 2009 la riproposizione in Italia del ciclo del “Mare della Fertilità”, che comprende gli ultimi quattro romanzi scritti da Mishima prima della morte nel 1970; la quadrilogia è apparsa in precedenza in Italia nella traduzione Bompiani (4 volumi singoli, 1999) e nei Meridiani Mondadori (volume unico, 2006). Nel marzo 2010 è appunto edito da Feltrinelli con il titolo “A briglia sciolta” il secondo volume di questo ciclo della lunghezza totale di oltre 1500 pagine; potrebbe essere l’occasione per riparlare dell’opera più ambiziosa di uno dei più discussi autori del secolo scorso, autentico personaggio mediatico che modellò la propria vita come aveva imparato dai suoi maestri europei, Wilde e Nietzsche, ma soprattutto D’Annunzio (del quale Mishima tradusse in giapponese il “Martirio di San Sebastiano”).

Alberto Moravia, che intervistò Mishima quando in Europa era etichettato come “fascista”, lo definì piuttosto “un conservatore decadente”. Mishima in realtà non avallò mai alcuna appartenenza ideologica, e non ebbe problemi a rispondere all’invito dello Zenkyōtō, il Comitato di Lotta interfacoltà degli studenti di sinistra, per una serie di conferenze nelle università sconvolte dal 1968, altrettanto vivace in Giappone che in Europa. Non bisogna dimenticare che da giovane lo scrittore mosse i primi passi intorno a Bungei bunka, rivista pubblicata tra il 1938 e il 1944 dal circolo neoromantico del primo periodo Shōwa, composto da artisti provenienti dal marxismo; né bisogna dimenticare che non furono considerazioni meramente ideologiche a spingerlo a denunciare pubblicamente nel 1967 la Rivoluzione culturale cinese, insieme al futuro premio Nobel Kawabata Yasuunari, bensì una concezione che precisò l’anno successivo nel saggio Sulla cultura: affinché un sistema culturale possa trasferirsi di generazione in generazione, è necessario che il sistema politico garantisca libertà di pensiero e pluralità di espressione democratica. È evidente che quest’idea è inconciliabile con la politica maoista del tempo.
La genesi del “Mare della Fertilità” risale probabilmente al 1963, la sua prima ideazione al 1960; come ha fatto rilevare Giorgio Amitrano, è significativo che il titolo scelto da Mishima per questo suo testamento letterario sia in realtà un’antifrasi: il toponimo del cratere lunare Mare fœrtilitatis richiama infatti qualcosa che è fecondo solo quando è morto, perfetta metafora del nichilismo cosmico.
Intenzionato a scrivere un “romanzo interpretazione del mondo” sull’esempio degli scrittori europei di inizio secolo, preparò il lavoro con estrema accuratezza, recandosi di persona nei luoghi scelti per l’ambientazione, dal sudest asiatico alla provincia giapponese. Scrisse in proposito: “Per quanto riflettessi, non riuscivo a immaginare un lungo romanzo che fosse diverso dalle grandi opere apparse in Occidente a partire dal XIX secolo e avesse una sua precisa ragione di esistere. […] Per fortuna ero giapponese e per fortuna avevo a portata di mano le teorie della reincarnazione.” Diverse teorie buddiste sulla metempsicosi sono infatti la “giustificazione” di fondo della tetralogia, che segue due protagonisti tra il 1910 e il 1970: il professore Honda Shigekuni, e un secondo personaggio che alla fine di ogni romanzo — è questa l’originalità del ciclo di Mishima — muore per reincarnarsi nel romanzo successivo.
Honda non è soltanto un protagonista/punto di vista, ma un vero e proprio testimone della metempsicosi, l’unico che riconosce i segni del ciclo karmico di morte e rinascita: nei quattro romanzi avrà a che fare successivamente con altrettanti giovani bellissimi destinati a morte precoce e reincarnazione. Ognuno di loro è la rappresentazione, l’alter/ego di Mishima a un certo stadio della vita.
Nel primo volume della tetralogia, “Neve di primavera”, Honda è il precettore di Matsugae Kiyoaki, giovane rampollo dell’aristocrazia nel periodo immediatamente successivo la vittoriosa guerra contro la Russia zarista: l’intreccio è una storia d’amore tra due adolescenti ai quali è impedito sposarsi. Kiyoaki è la rappresentazione della sensibilità estetica di Mishima adolescente: compresso tra la personalità della nonna paterna, che lo strappò alla madre per educarlo in prima persona, e la volontà del padre di avviarlo alla carriera diplomatica, Hiraoka Kimitake (è questo il vero nome di Mishima) ebbe un’infanzia infelice e cagionevole, che lo portò a sviluppare una sensibilità particolare, e forse anche il desiderio di ribellarsi alle imposizioni. “Neve di primavera” è il romanzo dell’amore puro, della dedizione adolescente. La sua cifra stilistica è rappresentata dal colore bianco: la neve, la purezza, i fiori di ciliegio (talvolta screziati di rosso, come un presagio di morte) e soprattutto la pelle femminile.
Nel secondo volume, “A briglia sciolta”, Honda Shigekuni ha occasione di vedere nudo durante una esercitazione di arti marziali il figlio di un suo conoscente: riconosce su di lui alcuni segni fisici di Kiyoaki, l’amico morto di consunzione alla fine del romanzo precedente. Qualche indagine lo porta a appurare che si tratta di un caso di reincarnazione, proprio come sostengono numerose teorie religiose. Inuma Isao è affiliato a una setta tradizionalista che propugna il ritorno alla tradizione dell’onore giapponese tramite l’omicidio politico dei ministri fiolo-occidentali. Il gruppo si ispira allo Shinpūren (Lega del vento divino), una cospirazione di ex-samurai che nel 1876 si ribellò alla restaurazione imperiale, e fu soffocata nel sangue. Significativamente, lo Shinpūren storico è anche l’ispirazione ideale del Tatenokai, l’Associazione degli scudi, milizia privata fondata da Mishima con l’obiettivo di tornare ai valori tradizionali giapponesi, rappresentati dalla persona del Tenno, l’imperatore. Di nuovo risulta difficile distinguere letteratura e vita in Mishima. Épater le bourgeois è il motto imparato dagli europei, e sconcertare la borghesia sarà il suo fine; ci riuscirà anche nei romanzi più “borghesi” scritti per le riviste femminili, come “Musica e abito da sera”. Alla fine del secondo romanzo, la polizia scopre e sgomina la cospirazione; Isao, che dell’autore rappresenta la volontà di azione, è costretto al suicidio rituale con la spada, il seppuku, in un’anticipazione della morte di Mishima stesso. Con uno stile quanto mai decadente, la politica diventa opera d’arte.
Il terzo romanzo, “Il tempio dell’alba”, è in parte ambientato in Thailandia. Dopo la morte di Isao, ancora una volta Honda riconosce la reincarnazione di Kiyoaki in una principessa siamese, figlia di un vecchio compagno di studi: la giovanissima Ying Chang che viene a sua volta a studiare in Giappone. La sua bellezza conturbante provoca in Honda reazioni contrastanti, non solo ispirate dal ciclo di morte e rinascita che è costretto a osservare; diventa addirittura un voyeur, e arriva a spiare di nascosto la sua ospite. Ritorna il simbolismo dei colori di “Neve di primavera”, ma con una differenza significativa: il bianco associato alla pelle femminile contraddice in apparenza il bruno-dorato della carnagione di Ying Chang, colore che Mishima associa con la virilità della pelle maschile ambrata, abbronzata (v. per esempio il saggio “Sole e acciaio”), ma è chiaro che la principessa rappresenta l’amore temporale, carnale. Per contrasto, e in maniera molto significativa, nella simbologia dello scrittore la pelle di San Sebastiano appare bianca come marmo; celebre la foto in cui Mishima impersona il santo cristiano in un’esibizione vagamente masochista. Ancora una volta èpater le bourgeois. Questo culto della forma fisica, misto di omosessualità e virilità, appare come una rivincita su un’infanzia gracile vissuta all’ombra della madre (e della nonna). Del carattere di Mishima, la principessa Ying Chang rappresenta il narcisismo.
Invece il giovane protagonista dell’ultimo episodio della serie, Tōru, ne impersona il nichilismo assoluto. Il romanzo si intitola “La decomposizione dell’angelo”, il titolo originale allude alla tradizione buddista: la morte di un angelo è preannunciata da cinque segni di decomposizione. “Gli angeli sono come principesse senza scampo, colte dalla peste in un giardino tropicale” (pag. 1348 ed. Mondadori). Honda Shigekuni, ormai anziano e vedovo, riconosce e adotta un giovane orfano solitario che lavora in un faro sulla scogliera, anche se nutre dubbi sulla sua identità segreta (il ragazzo infatti risulta concepito qualche giorno prima della morte di Ying Chang). Il giovane cerca lo scontro con il padre adottivo, la sua ribellione è dettata da un nichilismo che spiega il pessimismo cosmico dell’autore. Simbolicamente, dopo la parola fine Mishima appone sul manoscritto lasciato a disposizione dell’editore la data del 25-11-1970, che non è quella di termine del lavoro bensì quella progettata per il seppuku davanti a un reparto delle Jietai, le Forze di Autodifesa nazionali che erano il solo esercito permesso al Giappone dopo la sconfitta nella guerra mondiale.
Il ciclo del “Mare della fertilità” è l’ultima opera composta da Mishima. Il 25 novembre 1970 insieme a quattro giovani attivisti del Tatenokai sequestra il generale comandante della guarnigione militare di Ichigaya, costretta a radunarsi per ascoltare l’arringa dello scrittore. Mentre già si sentono gli elicotteri dalla polizia, Mishima si rende conto che il suo appello alla fedeltà verso il Tenno cade nell’indifferenza o peggio nella derisione; si ritira nell’ufficio del generale per il suicidio rituale. Il seppuku si prolunga in maniera innaturale a causa della giovane età e dell’inesperienza degli attivisti, la decapitazione di Mishima dopo l’autosventramento è lunga e penosa, molto diversa dal gesto stilizzato e estetizzante del suo personaggio Isao in “A briglia sciolta”. Il nichilismo si è trasformato in impulso autodistruttivo, l’ultimo tentativo di reazione ai valori di quell’occidente assimilati così perfettamente da Mishima autore. Rimane la vasta opera letteraria di un uomo che nel privato della scrittura si rivelò molto più colto e sensibile della maschera pubblica che volle costruire.

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