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Archive for 2 settembre 2010

Malgrado le ricerche, purtroppo non sono riuscita a scovare nuove informazioni riguardo l’uscita a breve dell’ultimo  romanzo di Natsuo Kirino, L’isola dei naufraghi (o L’isola di Tokyo), ma ho comunque una buona notizia per tutti i suoi fan (e in particolare per Barbara): ad agosto, infatti, in Giappone dovrebbe essere uscito il film tratto dal libro, chiamato “Tôkyô-jima” per la regia di Makoto Shinozaki.
Questo il trailer:

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Vi segnalo una bellissima iniziativa per scoprire un classico moderno, Akutagawa Ryunosuke: si tratta di cinque podcast (registrazioni) di altrettanti suoi racconti, letti dall’attrice  Elisabetta Piccolomini per Radio 3.
Per ascoltarli, basta cliccare sul nome corrispondente:
* Il fazzoletto
* La principessa di Rokunomiya
* Il filo del ragno – Gesù di Nanchino
* Nel Bosco
* Rashomon

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Oramai posso vantarmi (eeeh! :p) di aver sviluppato quasi un sesto senso nei confronti dei libri d’argomento o d’autore giapponese; è così che, tempo fa, ho trovato inaspettatamente in biblioteca Fiori di un solo giorno di Anna Kazami Stahl (Sellerio, pp. 448, € 16), autrice di origine nipponica per parte di madre.
Malgrado la buona volontà, non sono riuscita a superare la boa delle prime cento pagine, in quanto il romanzo (in parte dedicato all’ikebana) mi è apparso piuttosto piatto e incolore. Glisso per pietà sulla bruttezza della copertina.
Questa è la presentazione dell’editore, con la speranza che qualche lettore del blog trovi il volume interessante:

Nell’appartamento del centro di Buenos Aires, abitato da Eveline, donna sola e anziana, piombano improvvisamente una bambina di otto anni, di nome Aimée, e sua madre Hanako. Madre e figlia sono accompagnate da un messaggio e da un vitalizio per il loro mantenimento, mandati dal fratello di Evelin, che è il nonno della piccola Aimée ed è partito per il mondo decenni prima. Hanako è giapponese; muta, per una meningite infantile, è cultrice esperta dell’arte di comporre fiori, l’ikebana, che è espressione di una filosofia e di una sensibilità; del suo vivere, appartato e sommesso, si occupa Aimée. Nient’altro che questo riesce a sapere delle due donne, Eveline: e nessuna notizia verrà più del fratello. Passano molti anni, Eveline è morta, Aimée ha creato una solida attività di fioraia d’ikebana, i cui prodotti più ricercati sono proprio le composizioni libere di Hanako (che nel linguaggio dei fiori esprimono, ciascuna – viene a sapere Aimée da un suo commesso -, «attesa»); ha un uomo che l’ama e un’esistenza operosa e tranquilla. Quando un giorno riceve una lettera: a New Orleans, città d’origine della parte occidentale della sua famiglia, ha ereditato un fortuna. E a New Orleans si incontra col suo aggrovigliato e oscuro passato familiare che affonda nella Seconda Guerra Mondiale. Ed è la pista di pallidi indizi che sa offrirle la sua enigmatica madre muta, a guidarla nella città e tra le paludi del Mississippi, alla ricerca di un segreto gelosamente custodito. Anna Kazumi Stahl è un singolare caso di artista pluriculturale: nata in America da padre tedesco e madre giapponese, di madre lingua inglese e giapponese, ma scrittrice in spagnolo, per costringersi alla precisione e alla nitidezza della scrittura di una lingua prediletta ma non naturale (come fece con la lingua inglese Nabokov, cui i critici l’accostano). Ma nonostante le somiglianze anagrafiche con la protagonista, non ha scritto una storia autobiografica. Fiori di un solo giorno (i fiori, appunto dell’ikebana) è un romanzo di atmosfera trasparente e misterioso, per la sottile tensione che non sfocia mai in situazioni più allucinanti e stridenti ma si mantiene in una sospensione allusiva; il cui tema è la condizione di frantumazione dell’identità, il contrasto e il mescolarsi dei contesti vitali, delle radici. «Sono interessata alle storie di persone che scelgono di partire e installarsi altrove: come succede, perché succede e in che circostanze».

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Anche i migliori deludono. O almeno questo è quanto ho pensato al termine di Hotel Iris di Yoko Ogawa (Il Saggiatore, pp. 158, € 9), scrittrice che sinora ho sempre apprezzato soprattutto per la delicatezza, le atmosfere venate da una sottile morbosità, e la bravura nell’ avvolgere il lettore nelle spire di storie apparentemente semplici, ma capaci di rivelare pieghe oscure dell’animo umano.
Hotel Iris, a mio parere, è ben lungi dall’essere all’altezza dell’autrice  Premetto che sono molto impressionabile riguardo tutto ciò che concerne episodi di violenza su donne e minori, e questo di certo ha influenzato pesantemente  il mio giudizio sul libro.
La trama è piuttosto lineare. Mari – un’adolescente solitaria –  vive e lavora a tempo pieno presso l’Hotel Iris, una pensioncina di mare gestita alla bene e meglio dalla tirannica madre, vedova di un alcolizzato. Le giornate trascorrono monotone, sino a che non irrompe per caso nella vita della ragazza il Traduttore, un anziano dall’aspetto decadente e dai desideri torbidi. Ben presto tra i due si instaura una (disgustosa) relazione  a base di lettere d’amore,  fantasie sadiche e atti violenti, destinata ad evolversi sullo sfondo di un presunto omicidio appartenente al passato dell’uomo.
I personaggi si presentano alquanto bidimensionali e spesso – più che attori della vicenda – appaiono “agiti” da qualcosa che non viene messo a fuoco dall’autrice, non per suspence, ma per fretta. Sta dunque al lettore immaginare che Meri sia attratta dai giochi erotici del Traduttore in primis per ragioni legate alla sua condizione di orfana di padre e di ragazza vessata  dall’autorità materna; il testo, infatti, offre poche possibilità di penetrare davvero nella psiche dei personaggi e afferrare il senso delle loro azioni.
L’attenzione della scrittrice pare infatti tutta rivolta a descrivere nei minimi dettagli (e con un certo compiacimento) le rivoltanti tecniche sadiche ideate dal vecchio debosciato, che si succedono l’una dopo l’altra, in un crescendo di perversione; così facendo, Yoko Ogawa trascura quasi completamente di creare un tessuto connettivo e consequenziale solido tra un episodio e l’altro. Per esempio, malgrado sia detto più volte che Meri gode di ristretti margini di libertà gestiti in modo dispotico dalla madre, la ragazza riesce comunque a trascorrere ore e ore nell’abitazione del suo aguzzino e non teme di mostrarsi in sua compagnia nel piccolo paese in cui vivono. I lividi, le ferite, gli abiti strappati – frutto del bondage e degli altri giochi erotici – sembrano svanire nel nulla  una volta giunti alle soglie dell’Hotel Iris; solo qualche ciocca fuori posto appare sospetta.
Le note negative del romanzo non finiscono qui, ma preferisco soffermarmi sugli aspetti positivi. Anche qui, Yoko Ogawa ripropone alcune cifre caratteristiche della sua scrittura: le tinte morbose; l’inscalfibile solitudine dei personaggi; l’attenzione per i corpi e, in particolare, per il loro disfacimento; la concezione distorta del cibo, esibito nei tratti più inquietanti; l’interesse per i tratti oscuri delle giovani menti e per la loro attrazione verso l’insano.
Insomma: anche Hotel Iris, come tutte le opere di Yoko Ogawa, riesce a turbare il lettore e a donargli uno sguardo più inquieto sulla realtà.

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In questi giorni, alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà presentato Norwegian wood, film tratto dall’omonimo bestseller di Haruki Murakami, con la regia di Tran Anh Hung. Il protagonista – lo schivo studente Toru Watanabe – è interpretato da  Ken´ichi Matsuyama, mentre Rinko Kikuchi veste i panni della bella Naoko.
La pellicola uscirà in Giappone l’11 dicembre del 2010 e  riscuoterà certamente un grande successo tra i numerosi ammiratori dello scrittore.
Questo il sito ufficiale del film: http://www.norway-mori.com/
Qui sotto il trailer:

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