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Archive for febbraio 2010

Dopo il Giappone delle donne, sta per arrivare nelle nostre librerie un nuovo volume firmato da Antonietta Pastore, in cui racconta l’esser donna oggi in Giappone. Leggero il passo sui tatami (Einaudi, 2010, pp. 192, 13,50 €) – questo il delicato titolo – si presenta, infatti, come un incontro vissuto col Sol Levante in prima persona, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la curiosità e, allo stesso tempo, gli indugi di uno sguardo straniero.
Questa la recensione nel sito dell’editore:

«Ma non si stancano mai questi giapponesi, mi viene a volte da pensare, di controllare sempre ogni gesto e fare tante cerimonie? Di non dire mai una parola di troppo, non mangiare per la strada, mettere la mascherina quando sono raffreddati, sorridere di continuo, inchinarsi in ogni momento?»

Quando vi offrono il tè, i giapponesi pongono la tazza non al centro del vassoio, «ma un po’ di lato, in un punto intuitivamente calcolato in modo da creare un equilibrio ben più originale e poetico di quello che imporrebbe l’estetica occidentale, banalmente basata sulla simmetria». Ma come si concilia tanta finezza con le musichette assordanti nei luoghi pubblici e le ragazze in uniforme che si inchinano come automi, all’ingresso dei grandi magazzini, per dare il benvenuto a clienti che le ignorano?
Nel corso di sedici anni di vita in Giappone, la fascinazione iniziale per la raffinatezza del gusto, la soavità dei gesti femminili, la discrezione e la delicatezza delle persone lascia così il posto al fastidio per l’apparente ipocrisia, la formalità e la rigidità dei giapponesi.
Ma il percorso dell’autrice, e del lettore, segue un doppio movimento.
A poco a poco, infatti, il sospetto di non aver capito fino in fondo i meccanismi di questa società, di non averne colto l’essenza, si fa strada. E allora Antonietta Pastore mette in discussione i suoi parametri interpretativi e comportamentali: quelli propri di noi occidentali.
Storie minime, spesso divertenti, compongono il racconto di questo libro curioso: l’intimità forzata durante un fine settimana in montagna con i colleghi, il ricorso di un uomo a una veggente per trovare l’anima gemella, una serata danzante tutt’altro che voluttuosa, la gentilezza un po’ invadente di un venditore al castello di Hikone…
Anche grazie alla letteratura giapponese e all’apprendimento degli ideogrammi, l’autrice si cimenta nella comprensione di una cultura piena di contraddizioni, «sofisticata e al tempo stesso provinciale, ipertecnologica ma per certi versi arretrata, ipocrita eppure onesta».
Arrivando alla definitiva consapevolezza che si tratta davvero di un mondo particolare, fuori da tutti i luoghi comuni, a cui non si può che tentare di avvicinarsi all’infinito.
E in questo avvicinamento Antonietta Pastore ci accompagna generosa, con la limpidezza della scrittura e la delicatezza del suo sguardo sulle cose, su quei particolari capaci di illuminare improvvisamente l’insieme.

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E’ da diverso tempo che nel blog non presento romanzi, ed oggi ho deciso di rifarmi. Ecco a voi, dunque, Il Buddha bianco di Hitonari Tsuji, scrittore e musicista, (traduttore Francesco Bruno, Marco Tropea editore, pp. 256, 16,90 €). Il volume, vincitore del prestigioso Prix Femina Étranger, è una recente uscita che va ad arricchire il panorama bibliografico italiano con un autore già affermato in patria, ma poco o affatto conosciuto da noi.
Questa la quarta di copertina del volume, ispirato alla vera storia del nonno dell’autore:

Sulla piccola isola di Ono, nell’estremità meridionale del Giappone, la famiglia Eguchi si dedica da generazioni alla forgia delle spade, un’arte antica in cui rivive la fierezza dei primi samurai che colonizzarono la regione. È l’inizio del Novecento quando il giovane Minoru decide di seguire le orme paterne e di legare il proprio destino a questo isolato microcosmo rurale, dove il tempo sembra sospeso nell’incanto di tradizioni ancestrali. Con ingegno e forza d’animo, Minoru supera le sfide del progresso che presto cambia il volto dell’isola, i rovesci della sorte, gli orrori delle due guerre mondiali, ma nel suo intimo, attraverso gli anni, riecheggia un tormentoso interrogativo, legato al significato dell’esistenza, al mistero della morte, al valore della memoria. La risposta coinciderà con l’ultima grande prova della sua vita, e avrà a che fare con la visione di un maestoso Buddha bianco che fin dall’infanzia lo sorregge nei momenti bui. Evocativa saga familiare ispirata alla storia del nonno dell’autore, questo romanzo trascende i confini del tempo per affrontare i grandi quesiti dell’uomo, attraverso quella profondità di sentire, quella saggezza filosofica e quella impalpabile levità che sono proprie della cultura orientale.

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Da piccola, nutrivo una passione sconfinata per il Game Boy, col quale trascorrevo ore e ore a giocare, soprattutto con Tetris e Super Mario. Crescendo, ho abbandonato – un po’ a malincuore – questo hobby; per questa ragione voglio dedicare il post a coloro che, invece, continuano a coltivarlo anche da adulti.
Il libro che vi presento oggi è, infatti, Power up. Come i videogiochi giapponesi hanno dato al mondo una vita extra di Chris Kohler (ed. Multiplayer.it, pp. 310, € 15), ritenuto dagli aficionados del genere un must.
L’autore è un noto recensore trentenne di videogame, laureato in studi giapponesi e pluripremiato. Nel volume ripercorre la storia dei videogiochi giapponesi, cercando di individuare la chiave del loro successo planetario; per far ciò, dialoga con alcune delle maggiori figure del campo (Shigeru Miyamoto, Hideo Kojima, etc.), mettendo in luce i complessi rapporti tra industria, pop culture e comunicazione.

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Forse non tutti sanno che dal celebre romanzo Kitchen di Banana Yoshimoto sono stati tratti  due film.
Il primo – una produzione in cantonese di Hong Kong – va sotto il nome di Wo ai chu fang (Mi piace la cucina, 1997); è stato diretto da Ho Yim e ha vinto il Puchon International Fantastic Film Festival. Il secondo, realizzato in Giappone nel 1989 con la regia di Yoshimitsu Morita e prodotto per la tv, annovera nel cast Ayako Kawahara, Kenji Matsuda, Isao Hashizume, Akinori Nakajima, Akiko Urao, Saki Matsura, Naoki Goto, Mie Hama, Senkyo Irifunetel e Konobo Yoshizumi.
Dalle informazioni raccolte (non ho ancora visto nessuna delle due pellicole), Wo ai chu fang è ritenuto abbastanza piacevole e fedele al volume, mentre la versione nipponica sembra discostarsi dall’originale e ha ricevuto commenti non proprio entusiasti (potete leggerne alcuni qui).
E ora, ecco una recensione in inglese con alcune scene tratte da Wo ai chu fang:

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In queste settimane, presso la Biblioteca Salaborsa Ragazzi, situata a Bologna in Piazza Nettuno, 3 (tel. 051.2194411; indirizzo email: ragazzisalaborsa@comune.bologna.it), si stanno tenendo due interessanti iniziative per avvicinare i bambini (anche molto piccoli) alla cultura e alla lingua giapponese.
La prima si chiama Il mio primo libro in giapponese – letture per bambini da 0 a 3 anni e la seconda Raccontamelo in giapponese – letture dai 3 anni in su; entrambi gli eventi sono organizzati da http://manekobo.exblog.jp/ e si terranno mercoledì 17 marzo, mercoledì 21 aprile, mercoledì 19 maggio e mercoledì 16 giugno. Noi adulti non possiamo altro che invidiare questi bambini fortunati. 🙂

Foto tratta da qui.

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Ho notato che molti lettori approdano qui nel blog cercando notizie sui tatuaggi giapponesi: questo post è dedicato a loro. L’opera che presentiamo oggi è dedicata a veri appassionati del genere: si tratta di Il tatuaggio giapponese – Stili tradizionali e moderni di Manami Okasaki (Ippocampo edizioni, pp. 320, 300 foto a colori, € 89).
Questa la presentazione dell’editore:

L’arte di creare decorazioni indelebili sul corpo è una tradizione millenaria in Giappone. Si possono tracciare molti paralleli tra questo genere tradizionale e i classici a china e le xilografie dei maestri dell’ukiyo-e. Nel volume trovano posto rare opere dei maestri tradizionali magistralmente riprese dai fotografi, con i delicati e affascinanti «full-body suit» il cui stile è rimasto pressoché immutato sin dall’età Edo.
Il libro è suddiviso in quattro capitoli: Tokyo, Chubu (la regione tra Tokyo e Kyoto), Kyoto e Osaka. In ognuna di queste metropoli, i tatuatori hanno stili e trend a sé stanti, che vanno da quello classico conservatore a un’eccentricità portata all’estremo.

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Tutti coloro che, come me, studiano giapponese sognano un giorno di riuscire a tracciare ideogrammi pieni di grazia ed eleganza, degni di un maestro della calligrafia. Poiché, almeno nel mio caso, questo risultato è ancora lontano da venire, ho pensato di mettermi alla ricerca di qualche volume che possa aiutarmi a comprendere meglio lo shodō, la difficile via della scrittura.
Sono dunque incappata in Giappone, lo spirito nella forma. Shodō. L’arte della calligrafia (edizione multilingue, ed. Yoshin Ryu Kiri, pp. 211, 124 immagini a colori, 34 €) . Il volume presenta numerose opere dei maestri Ogawa Taizan e Imae Midori tratte dall’omonima mostra tenutasi a Torino nel 2008, organizzata dalla Yoshin Ryu, scuola di cultura e discipline orientali.

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