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Archive for 11 dicembre 2008

abitodaseraAppena pronunciamo il nome Mishima, balenano subito nella nostra mente termini quali tradizione, seppuku/harakiri, katana e così via; termini legati ad alti concetti, quali il valore, l’orgoglio, il nazionalismo. Forse per questa ragione, è passata quasi sotto silenzio la pubblicazione, risalente a qualche mese fa, di Abito da sera (Mondadori, p. 214, 98,0 €), feroce satira della società del secondo dopoguerra rimasta sinora inedita in Italia.
Eccone la recensione apparsa sulla Repubblica a settembre, a cura di Franco Marcoaldi:

Per noi lettori occidentali, che abbiamo poca familiarità con la letteratura giapponese, la figura di Yukio Mishima corrisponde unicamente all'”ultimo dei samurai”, come ricorda Virginia Sica, attenta curatrice di Abito da sera (finalmente edito in italiano negli Oscar Mondadori). Ma proprio questo romanzo apparentemente secondario, uscito in sedici puntate tra il settembre 1966 e l’agosto 1977 sulla rivista femminile Mademoiselle, dimostra come il cliché di Mishima sempre e comunque serio, sempre e comunque tragico, sia riduttivo e fuorviante. In Abito da seralo scrittore giapponese ci conduce nella buona società nipponica degli anni Sessanta: tra gare di equitazione e ricche cene dove si succedono ambasciatori di mezzo mondo, figure dell’aristocrazia, membri della famiglia imperiale e grandi imprenditori. Il racconto scorre leggero e godibilissimo, ma lo sguardo di Mishima non è affatto benevolo verso quel mondo, superficiale e vacuo. L‘intreccio ruota attorno alla storia d’amore tra la bella Ayako e l’elegantissimo Toshio: è un amore sincero e appassionato, ma pesantemente condizionato dai doveri sociali imposti dalla madre di lui, l’enigmatica Donna Takigawa. I due giovani fanno di tutto per recuperare la loro libertà, ma si trovano impigliati in un contesto mondano sempre più soffocante, contro il quale Mishima lancia ripetuti strali di ironia e sarcasmo. Tra equivoci e gelosie, cocktail e minacce di suicidio, favori economici e lunghe cavalcate, la commedia si conclude con un tono agrodolce. Donna Takigawa, che pareva tenere saldamente i fili della sua perfida strategia mondana, si rivela essere una creatura fragile, incapace di accettare la propria solitudine: “Una gabbietta senza l’uccellino è ben triste, no? Ma che senso avrebbe attribuire colpe alla gabbietta? Anche a buttarla tra i rifiuti, non cambierebbe il fatto che l’uccellino non c’è”.

[Il testo è di proprietà dell’autore]

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Interessante quanto misconosciuta, la filosofia giapponese è un ambito spesso trascurato dagli occidentali. Per fortuna, negli ultimi anni sono usciti alcuni libri che ci aiutano a fare un po’ di chiarezza o ad approfondire alcune importanti tematiche.
spiritogiapponeAl primo gruppo appartiene a pieno titolo Lo spirito del Giappone. La filosofia del Sol Levante dalle origini ai giorni di nostri (Bibilioteca Universale Rizzoli, p. 400, 10,20 €) di Leonardo Vittorio Arena, professore di storia della filosofia contemporanea e di filosofie dell’estremo oriente presso l’università di Urbino.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il Giappone è diventato una delle grandi potenze economiche del mondo moderno, i suoi prodotti hanno invaso ogni angolo del globo e tutti hanno almeno sentito parlare dello Zen e dei samurai. Eppure, il Giappone resta ancora sostanzialmente un mistero. Leonardo Vittorio Arena ci guida alla scoperta di questo Paese attraverso la sua filosofia e, insieme, la sua psicologia. Nata nei primi secoli dell’era volgare rielaborando in modo peculiarmente nipponico il pensiero cinese e indiano, la filosofia giapponese non cerca di spiegare il mondo su basi meccanicistiche e scientifiche e travalica il principio aristotelico di non contraddizione: il suo scopo è piuttosto di ricercare la saggezza individuale e l’armonia con il cosmo e la natura. Una lezione che l’uomo occidentale ha bisogno più che mai di riscoprire.

Nel secondo gruppo rientra invece un’opera maggiormente specialistica, Uno studio sul bene (Bollati Boringhieri,  p. 224, 22 €) di Nishida Kitaro, padre della moderna filosofia giapponese e fondatore della celebre scuola di Kyoto (per approfondire, leggi qui) , aperta al dialogo con la filosofia occidentale e, in particolare, con uno dei suoi maggiori esponenti del ‘900, Heidegger.
Eccone una recensione apparsa su Repubblica nel febbraio 2007, firmata da Franco Volpi:

Un occidentale che voglia entrare nel cuore del pensiero giappponese deve fare uno sforzo linguistico-concettuale pari a quello che un giapponese affronta per capire che cosa significhi “filosofia”. Questo termine, che è alle radici della nostra civiltà, fino a circa un secolo e mezzo fa non aveva un preciso equivalente nella lingua nipponica. A differenza di quanto accaduto nel passaggio dal greco al latino e alle altre lingue europee, che in genere traslitterano la parola greca, in giapponese si seguì un’ altra strada. Nella seconda metà dell’ Ottocento, dopo oltre due secoli di chiusura a ogni influenza esterna nel periodo sakoku (1639-1854), fu avviato un febbrile lavoro di mediazione culturale e di invenzione di nuove parole. In tale clima fu creato anche il neologismo tetsugaku combinazione di due ideogrammi, tetsu “vivacità intellettuale, chiarezza mentale” e gaku “insegnamento, studio” che da allora in poi si è imposto come traduzione di “filosofia”. Naturalmente, un pensiero giapponese esisteva anche prima, ma si basava su una propria tradizione e su concetti, categorie, problemi e modi di ragionare lontani da quelli occidentali. Nishida (1870-1945) è il primo grande filosofo giapponese, il fondatore della celebre Scuola di Kyoto, che a lungo è stata il principale pensatoio nipponico, tuttora attivo, e che ha aperto un fondamentale canale di dialogo con la filosofia europea, specie tedesca. kitaro
L’opera di Nishida è un grande esempio di pensiero interculturale: scaturisce dal profondo della tradizione nipponica ma vi innesta, in una sintesi originale, elementi raccolti dallo studio approfondito dei testi originali di Platone, Plotino, Meister Eckhart, Kant, Hegel, e di autori influenti tra la fine dell’ Ottocento e i primi decenni del Novecento come Bergson, James e Husserl. Potremmo dire, fatte le debite proporzioni, che il tentativo di Nishida di sposare la tradizione zen con la filosofia è paragonabile al connubio tra la filosofia greca e il messaggio cristiano agli inizi della nostra era. Uno studio sul bene (1911) è la prima grande opera di Nishida. Bollati Boringhieri la presenta in una edizione ineccepibile, condotta sul testo originale da uno dei più promettenti nipponisti italiani, Enrico Fongaro, e accompagnata con una esauriente e illuminante introduzione di Giangiorgio Pasqualotto. Un merito che va esplicitamente sottolineato di fronte alla sconcertante disinvoltura con cui molta letteratura giapponese perfino alcuni romanzi di Mishima continuano a essere tradotti dall’ inglese. Quello che possiamo ora leggere è un appassionante trattato sistematico di filosofia zen. Nishida voleva intitolarlo La realtà o L’ esperienza pura perché questo è il concetto basilare da cui muove, per poi spiegare come l’ esperienza pura si articoli secondo il pensiero (in cui la realtà ci si offre così com’ è), la volontà (da cui trae origine l’ etica) e l’ intuizione intellettuale (da cui si sviluppa l’ esperienza religiosa del Nulla assoluto quale origine e principio unificatore dell’ intero Essere). L’ opera ebbe subito un vasto successo ma sollevò anche critiche e fraintendimenti. Nishida si sentì spinto a una “svolta”. Per superare il coscienzialismo, il volontarismo e perfino il misticismo di cui era accusato, cercò un nuovo baricentro, e lo trovò, studiando la chora di Platone, nel concetto di “luogo”. Con somma ironia e inarrivabile saggezza zen, avverte però fin dall’ inizio: «Forse Mefisto potrebbe farsi gioco di me: chi si dedica alla speculazione è come un animale che mangia erba secca in mezzo a un campo verdeggiante».

[L’articolo e le immagini sono proprietà dei rispettivi autori.]

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Noto dalle statistiche che tra voi lettori c’è un buon numero di persone interessate a saperne di più su Mishima e sul suicidio. Vi posto quindi questo articolo, tratto dal Secolo d’Italia del  22.2.08, a firma Ippolito Edmondo Ferrario.
Troverete altri riferimenti al libro L’angelo ferito di Emanuele Ciccarella in questo post.

Da decenni è una delle icone del Giappone tradizionale che, nel dopoguerra, è diventato una formidabile fucina di tecnologia, riuscendo in qualche modo a sintetizzare il proprio passato imperiale con la postmodernità. Stiamo parlando dello scrittore Yukio Mishima, figura complessa ed enigmatica entrata a far parte dell’immaginario popolare anche occidentale. […] Di Mishima rimangono infatti immagini forti, considerate da alcuni sintomo di una via guerriera difficilmente concepibile per un occidentale, foto che lo ritraggono impug nare la katana, la celebre spada dei samurai, e con la testa fasciata dalla chimachi, la fascia bianca recante il simbolo del Sol Levante. Che cosa spinse comunque Mishima a squarciarsi l’addome e a farsi mozzare il capo dal suo giovane discepolo Morita Masakatsu, il 25 novembre del 1970, quando aveva solo 45 anni? Si parlò di una forma di protesta contro l’americanizzazione del Sol Levante. Sul mistero di quel suicidio è uscito un bel libro: L’angelo ferito. Vita e morte di Mishima (Liguori, pp. 342, euro 23,50) di Emanuele Ciccarella, una biografia che fa discutere. Poco prima di morire Mishima aveva scritto: «Noi ci consideriamo gli ultimi rappresentanti della cultura, della storia e delle tradizioni giapponesi. La battaglia deve essere combattuta una sola volta e fino alla morte».

È un fatto che tutti i cultori di arti marziali non possono che illuminarsi quando sentono parlare di lui e del Bushido, la via del guerriero, in cui arti marziali, filosofia e spiritualità si fondono permettendo all’individuo di raggiungere la perfezione. Per chi volesse conoscere più da vicino, e approfondire il Mishima scrittore e drammaturgo, libri e suggestioni a parte, questa sera a Milano viene proiettato, presso il Centro di Cultura Giapponese di Milano (via Lovanio 8, tel. 3489200948) il rarissimo film del regista Paul Schrader Mishima: A life in a Four Chapters (1985) […] Il film dedicato a Mishima rievoca lo scrittore nipponico – autore di libri quali Confessioni di una maschera o Sole e acciaio – come l’ultimo erede della tradizione nipponica e del culto dell’Imperatore. Lo scrittore infatti mise fine alla sua esistenza con il seppuku, ovvero il suicidio rituale tipico dei samurai, diventanto un’icona del mondo tradizionale che non si voleva arrendere ad un dopoguerra dove la sconfitta del Giappone ne aveva condizionato gli usi e costumi. Mishima, ad esempio, da intellettuale e scrittore si era sempre opposto, non riconoscendolo, il trattato di San Francisco del ’51 col quale gli Stati Uniti imponevano al Giappone il divieto di avere un proprio esercito. Era il 25 novembre del 1970 quando Mishima, dopo aver preso in ostaggio nel suo ufficio il generale dell’esercito di autodifesa Mashita, e dopo un accorato appello-testamento recitato dalla finestra dell’ufficio di fronte a tutti gli uomini del reggimento e alla presenza di giornalisti e televisioni, si tolse la vita con l’antico rito samurai.
In Italia lo scrittore venne subito etichettato come fascista e decadente in quanto assoluto cultore del fisico e della disciplina marziale senza interpretarne il pensiero fino in fondo. Solo di recente, grazie a nuovi studi approfonditi si è riusciti ad andare oltre alle analisi superficiali. Lo stesso Alberto Moravia che lo aveva incontrato personalmente non aveva esitato a definirlo «un dannunziano decadente». E in un certo senso Mishima lo era, figlio di un Giappone costretto a rinnegare il proprio passato e a subire la cultura del vincitore. Il film di Schrader è diviso in quattro capitoli, ognuno ispirato ad un’opera dello scrittore. Il primo, intitolato «La bellezza» è tratto dal romanzo Il padiglione d’oro del 1956 e narra la storia di un ragazzo, un accolito buddhista fisicamente deforme, che rimane a tal punto affascinato da quest’esempio di architettura da diventare balbuziente; il solo modo per liberarsi dalla malia di ciò che ha visto sarà distruggere il padiglione stesso. Il tema dell’estetica e della bellezza inseguita che diventa un ossessione domina questa sorta di parabola tipica della tradizione Zen. Nel secondo capitolo, «L’arte», ispirato al romanzo La casa di Kioko (1956) il protagonista è un giovane attore di nome Osanu che vive un rapporto di conflittualità con la madre e che non riesce ad accettare il proprio corpo quando è a letto con la sua donna Mitsuko. Osanu decide così di intraprendere la via delle arti marziali per raggiungere un ideale di bellezza perfetta al cui vertice rimane solo il suicidio. Il tema del suicidio rituale, dell’esercizio delle arti marziali come veicolo per raggiungere un ideale di perfezione spirituale e guerriera sono, come abbiamo visto, fondamentali in Mishima. Non dimentichiamo che oltre a essere un prolifico scrittore di romanzi e di testi teatrali, che gli valsero tra l’altro riconoscimenti internazionali, Mishima dal 1955 iniziò a dedicarsi sempre di più alla pratica del Kendo e alle discipline militari in genere. Fondò una vera e propria associazione di combattenti privati denominata Tate no Kai, ciè Società degli Scudi, che secondo lo scrittore era dove incarnare lo spirito del Giappone tradizionale e imperiale di fronte al Trattato di San Francisco imposto dal vincitore. Il terzo capitolo intitolato «L’azione» sembra riassumere in sé tutta la parabola di Mishima scrittore-guerriero: Isao, studente di Kendo, l’antica arte della scherma, e cadetto dell’esercito, si dedica unicamente al culto dell’Imperatore e con i suoi compagni decide di eliminare dal Giappone la piaga del capitalismo americano, ma una volta che il suo piano d’azione viene scoperto non ha scelta. Imprigionato e torturato per il suo progetto di colpo di stato, una volta evaso riesce a uccidere il politico responsabile del suo fallimento. Dopodichè Isao sceglierà la via del seppuku, suicidandosi in riva a un fiume. Esattamente come Mishima nella realtà e nelle sue opere; lo scrittore fu sempre ossessionato dalla morte, così come testimonia il biglietto che la mattina in cui suicidò lasciò nel suo studio e sul quale vi era scritto: «La vita umana è breve, ma io vorrei vivere sempre». Nell’ultimo capitolo, «Armonia tra penna e spada», viene messa in scena l’ultima azione di Mishima, il suo proclama e la sua morte. E con questo finale in apparenza tragico Mishima e inspiegabile agli occhi di molti, riuscì a consegnarsi all’immortalità, grazie ad un’idea sulla quale aveva plasmato la sua intera esistenza.
Le immagini di Mishima mentre lancia il suo ultimo appello, il suo sguardo gettato oltre la realtà delle piccole cose, lo scrittore samurai, armato di Katana, ultimo simbolo della tradizione guerriera nipponica in un secolo dominato dalla grande industria, ancora oggi continuano a fare il giro del mondo e a raccontare di questo ultimo samurai.

L’articolo e le immagini sono tratte da qui e sono di proprietà dei rispettivi autori.

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